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In Italia le sentenze restano cartastraccia. In TV il format della disinformazione

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In Italia le sentenze restano cartastraccia. In TV il format della disinformazione
Gaetano Giordano

17/10/2012 - 23.10

Di Gaetano Giordano - Questa è una vicenda che dimostra come in Italia i bambini siano abituati fin da piccoli a considerare cartastraccia le sentenze della Magistratura, e un optional da applicare a piacimento le leggi della Repubblica. Basta guardare come si è svolta nel pomeriggio dell'11 ottobre ed in quello del 12 ottobre la trasmissione di Barbara D'Urso, “Pomeriggio 5” - che ha riservato due lunghe dirette alla mamma e alla zia del bambino e pochissimi minuti al padre - per averne l'evidente dimostrazione. Basta poi vedere come si è scagliata nei primi giorni la stampa sull'argomento per averne ulteriore conferma.

Per quanto riguarda la trasmissione della signora D'Urso (che possiamo prendere come “format” di tutte le disinformazioni che si sono avute, soprattutto nei primissimi giorni dopo il prelievo del bambino), abbiamo che tutta la parte di trasmissione dedicata al caso, è stata costruita su due modelli comunicazionali che - specie in spettatori non a conoscenza della vicenda e soprattutto digiuni di competenza specifica - hanno creato una gravissima disinformazione, relativamente a tutti gli aspetti della vicenda.

Di tale disinformazione si aveva già in prima battuta un grave esempio osservando le reazioni del pubblico presente alla diretta della trasmissione in questione. Un pubblico che reagiva costantemente ad ogni affermazione della conduttrice o delle due parenti del bambino, come se assistesse alla diretta sul sequestro di un bambino, e non a quanto accaduto a causa dell'ostacolo posto in essere da alcuni familiari alla esecuzione di un decreto di Tribunale. E questo è gravissimo.

I due modelli comunicazionali in questione hanno subito una solo parziale attenuazione nella seconda puntata (e, per quanto riguarda gli altri media, nelle giornate successive alla prima), ed erano il correlato mediatico (e soprattutto spettacolarizzante) di una visione a senso unico della vicenda. La quale vicenda -forse per esigenze di gradimento massmediatico (il pubblico in ascolto a quell'ora è composto principalmente da donne e madri di famiglia), forse per l'emergere di stereotipi interpretativi messi in atto dalla conduttrice e/o imposti agli autori- doveva esser “trasmessa” (usando questo vocabolo in tutte le sue accezini) come il risultato di violenze e vessazioni della Polizia contro un bambino inerme, e non per quello che era, vale a dire il risultato di un gravissimo ostacolo preordinatamente messo in atto dai familiari di un bambino rispetto al suo prelievo disposto per decreto da un Tribunale dei Minori a seguito di una vicenda di anni e anni di conflittualità genitoriale e ostacolati contatti con il padre.

Tale prospettiva disinformante è stata data alla vicenda attraverso due "step" ben precisi: il primo è stato nell'offerta in pasto a tutti gli italiani del video di circa quaranta secondi che mostrava come il piccolo Leonardo sembrasse preso e spintonato, e stirato e trascinato violentemente dalla Polizia. Era evidente che i contenuti di tale video erano ad altissima intensità emotiva, toccavano corde sensibilissime nella percezione di chi vi assisteva, e catalizzavano immediatamente tutta l'attenzione degli spettatori, creando di fatto una "illusione di alternative", che consisteva nel fatto che tutto quanto ciò di cui si dovesse discutere risperro al video, fosse nel video stesso e non in altre informazioni e notizie. La stessa disinformazione era stata osservabile la sera del 10 ottobre al programma "Chi l'ha visto?". In sintesi, il video veniva somministrato al pubblico senza che alcuno ritenesse necessario spiegare:

A) cosa era accaduto nel corso di tutti gli anni (e non dei secondi) precedenti al video, vale a dire cosa avesse portato a quella che appariva come una violenza ingiustificata;

B) quali avrebbero dovuto essere (e non erano stati) i comportamenti degli adulti presenti tesi realmente ad aiutare veramente il piccolo, e quali comportamenti avevano -negli anni appunto- portato a una simile situazione;

C) come il comportamento del bambino potesse essere stato influenzato dagli adulti suoi parenti, dalle loro grida, dal loro trattenerlo (a quanto hanno loro stessi riferito) a tutti i costi, nel contesto in questione, prospettando cioè che l'agitazione del bambino potesse non essere frutto del comportamento degli operatori di P.S. ma dello stato di angoscia generato dal comportamento dei familiari (che urlavano, strillavano disperati, lo trattenevano, e filmavano il tutto, connotando cioè agli occhi del bambino la situazione come una tragedia immane e spaventosamente lesiva).

E' un fatto che nell'intervista rilasciata dalla preside della scuola, la stessa afferma che il bambino, pur rifiutandosi di uscire da scuola fin tanto che era rimasto dentro durante il colloquio con gli operatori sociali non si era messo urlare. Testualmente la donna ha detto: "...si è messo urlare uscito dalla scuola quando ha visto il nonno". Se questo corrisponde al vero (ma non vi è motivo di dubitarne, perché la Preside è terza rispetto alle parti), è molto probabile che il comportamento molto violento ed oppositivo del bambino in presenza degli operatori e dei familiari materni, fosse il risultato di un "apprendimento" condizionato messo in atto, consapevolmente o inconsapevolmente, dalla compagine materna, che aveva fatto sì che al bambino venisse "naturale" urlare e dibattersi per restare fedele al "mandato" ricevuto.

Dalle immagini del filmato il bambino all'inizio sembra camminare sulle sue gambe (provate e rivedere le immagini) e quando la zia si mette a urlare anche lui si dimena e si lascia cadere, al che poliziotto e padre lo prendono per le gambe e braccia. La valenza stressante delle urla della zia, la capacità di quel comportamento di esasperare la paura, l'angoscia, l'opposizione del bambino alle richieste degli adulti è dunque tutta da analizzare. In sintesi, la trasmissione in questione e le modalità con cui i massmedia hanno gestito la notizia si si sono imperniate su:

1) una completa disinformazione relativamente agli aspetti giudiziari e relazionali della vicenda che avevano portato alla scena ripresa dal video;

2) una completa invalidazione – soprattutto nella prima puntata- di ogni prospettiva e ragione relative alla figura del padre, che da subito (salvo una parziale correzione avvenuta nella puntata del 12.10) sono state considerate solo negativamente, frutto di protervia e follia, e mai (nei primi giorni dalla notizia) presentate alla madre e alla zia del piccolo come punti su cui confrontarsi alla pari.

Più in dettaglio: 1) TOTALE DISINFORMAZIONE SUGLI ASPETTI GIUDIZIARI E PSICOLOGICO-GIURIDICI DELLA VICENDA In nessun momento delle due puntate -e in special modo della prima (nella seconda è intervenuto un esponente di un sindacato di Polizia)- la signora D'Urso ha chiarito, detto, espresso in alcun modo i punti fondamentali degli aspetti giudiziari della vicenda, e cioè:

a) che il “prelievo” del bambino concretizzava solo e solamente l'esecuzione, da parte della Polizia, di un Decreto del Tribunale dei Minori;

b) che la madre del bambino era stata sospesa già dal 2009 dalla potestà genitoriale e che il padre aveva l'affido esclusivo del figlio, e cosa dunque tali circostanze implicassero da punto di vista giudiziario;

c) che -a quanto poi hanno detto velocemente altri, senza però che la signora D'Urso sottolineasse o riprendesse successivamente il punto in questione- vi erano stati cinque precedenti tentativi di eseguire il Decreto e che la madre e la famiglia del bambino avevano posto in essere (a quanto sostiene il CTU della vicenda) artifici (filo spinato al letto) e comportamenti tali da impedire l'esecuzione;

d) che il comportamento dei familiari della madre del bambino poteva con facilità rientrare in diverse previsioni di reato in quanto era consistito di fatto (come poi segnalato alla Procura) nell'ostacolo all'esecuzione di un provvedimento giudiziario (e, a quanto sembra, anche in altre ipotesi di reato)

e) che molti dei termini utilizzati nel video e in trasmissione avverso gli operatori di PS e/o il padre del bambino e lo psichiatra CTU erano gravemente offensivi, diffamatori, calunniosi (si è limitata a dire che tutti potevano intervenire in trasmissione ma non ha mai ammonito sulla possibile illiceità di quelle affermazioni).

f) che in nessun momento delle due puntate la signora D'Urso ha specificato in modo chiaro, comprensibile, dirimente, e con modalità tali da far sapere al pubblico che gli operatori di P.S. erano solo degli operatori incaricati di eseguire un ordine della Magistratura;

g) che la signora D'Urso non ha mai adombrato, in alcun momento, che il comportamento dei familiari del bambino possa aver esasperato l'opposizione del piccolo all'esecuzione dell'ordine, e, soprattutto, che le grida della zia abbiano indotto nel bambino uno stato di angoscia ed esagitazione che ben altro comportamento avrebbe evitato. Detto in altri termini, la signora D'Urso non ha mai postulato che se il comportamento dei familiari del piccolo fosse stato molto diverso, altrettanto grandemente diverso sarebbe stata la reazione del piccolo.

h) che in nessun momento la signora D'Urso ha messo in dubbio, né tanto meno chiarito, la gravità di alcune affermazioni della madre e della zia del bambino di cui era stato disposto il prelievo, secondo cui la PAS (Sindrome di Alienazione Parentale) non è riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale, ed è stata screditata in tutte le nazioni.

Tanto per chiarire un punto, la Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile annovera la PAS fra gli abusi sui minori, il che è ben dirimente rispetto alle incaute affermazioni fatte, e lasciate fare, nel corso della trasmissione. In aggiunta, il modo con cui la madre e la zia del bambino parlavano della “PAS”, faceva intendere che chi utilizza la PAS come criterio diagnostico è un ciarlatano, e che la stessa viene utilizzata come difesa dei pedofili. La conduttrice non ha in alcun modo mitigato affermazioni del genere, né obiettato alcunché allorché le due donne hanno dichiarato -falsamente e con citazioni totalmente distorte- che il primo studioso della Gardner fosse un pedofilo o difendesse i pedofili (minuto 58.30 circa della prima puntata). Anche il fatto che Gardner si sia suicidato, è stato presentato come una prova della truffaldineria della PAS.

Tenendo conto di tutti queste omissioni si può ben dire (e lo si esprime come critica alla conduzione della trasmissione) che la disinformazione da parte della conduttrice è stata – in special modo nella prima puntata- piena e totale, e ha pregiudicato in modo determinante la comprensione del caso da parte di un'opinione pubblica che non aveva informazioni, ed è portata a considerare come unici dati su cui formarsi un parere quali che le vengono forniti dalla televisione. Tale disinformazione potrebbe poi aver portato -o contribuito a portare- un grave nocumento di immagine sia agli operatori di Polizia presenti (non a caso, l'ispettrice intervenuta ha poi ricevuto minacce telefoniche e via web).

Anche se il venerdì 12 ottobre la signora D'Urso ha parzialmente ( a parere di chi scrive solo molto parzialmente) riveduto tale impostazione (dichiarando un paio di volte di non voler conoscere chi dei due avesse ragione e come stessero le cose, ma appunto mai chiarendo i punti determinanti della vicenda da un punto di vista giudiziario), dalla puntata dell'11 ottobre di Pomeriggio5 il pubblico non poteva che trarre la conclusione che era stata perpetrata una immane violenza su un bambino e sua madre e questo in spregio ad ogni legittimità e garanzia di legge o di civile comportamento. Non è mai stato chiarito che quella era invece l'esecuzione di un Decreto di Tribunale e che il comportamento dei familiari del bambino (e di chiunque si comporti in modo simile) avrebbe potuto integrare appunto gli estremi di ben precisi (e gravi) reati.

2) DELEGITTIMAZIONE DELLA POSIZIONE PATERNA E PIENA SVALUTAZIONE DELL'OPERATO DEL CTU Nel corso della trasmissione in questione, è stato poi ben chiaro come tutto ciò che si opponesse alle ragioni e alle pretese della madre del bambino, è stato considerato -senza alcuna verifica o prova contraria (cioè sulla base delle sole dichiarazioni materne)- come appartenente ad una o più di queste tre categorie logiche:

I.: comunque gravemente lesivo del bambino;

II.: un falso o un imbroglio;

III. ininfluente se e quando ritenuto vero, Come detto, lo stesso “format” è stato seguito da tutti gli altri media che sul momento si sono interessati della vicenda.

La signora D'Urso ha svolto la trasmissione in modo semplicissimo e, per non far credere che identifichiamo solo la sua trasmissione come esempio di disinformazione, diciamo subito che la stessa logica è stata seguita praticamente da tutti i massmedia nei primissimi giorni in cui hanno coperto la notizia. Successivamente, e probabilmente per effetto degli interventi del padre e dei suoi legali, tale logica è stata mitigata. Resta tuttavia un dato di fondo a coprire tutte queste notizie: il fatto che una madre diventi talmente fusionale da orientare la volontà del figlio in modo che questi assuma contro il padre un atteggiamento di netto rifiuto, non è ancora considerato in Italia un comportamento tragicamente lesivo della crescita del minore. E desta stupore e riprovazione l'ipotesi che tutto ciò sia considerato patologico e che vi venga posto rimedio con strumenti giudiziari idonei, laddove altri interventi abbiano fallito.

La trasmissione è stata in realtà condotta in modo da far sì che l'opinione degli spettatori fosse coerente alle premesse da far accettare come dati di fatto. Gli autori, infatti, 1) hanno piazzato davanti alle telecamere quello che può essere descritto come il “duo fusionale” madre-zia (che già di per sé indicava come fosse granitico lo schieramento che -cito la Consulenza di De Nicola- ha trasformato e coercito la volontà del bambino). Sul punto dell'accanimento della zia a interferire nei problemi della sorella, sarebbe interessante sviluppare qualche ipotesi psicologica; 2) hanno trattato tutte le evenienze contrarie al parere della madre di Leonardo seguendo le modalità I., II. E III. su descritte.

Di esempi e dimostrazioni al riguardo ce ne sono tanti. L'intervista al padre è durata pochissimo; alla madre è stato riservato tutto il tempo della trasmissione dedicato alla vicenda. La madre del piccolo conteso ha potuto commentare con espressioni non verbali quanto diceva il padre, e ha potuto poi commentare verbalmente le stesse dichiarazioni. Il padre non ha potuto fare al contrario, e non è stato invitato in trasmissione. Semmai, vedi la frase pronunciata dalla signora D'Urso al minuto 53:30 della trasmissione, doveva dimostrare di “essere così pazzo”. Il padre ha riferito che il bambino stava bene ed era sereno. La notizia è stata considerata falsa e ininfluente, e nessuno ha postulato che fosse vera e che la madre del piccolo dovesse in qualche modo prenderne atto. Il contesto della trasmissione e degli interventi della signora D'Urso ha fatto sì che tali affermazioni del padre venissero considerate false, di parte, crudeli e ciniche. La conferma a tale prospettiva è venuta il giorno dopo dalla presenza dell'onorevole Mussolini. 

L'onorevole Mussolini, dichiarando che il diritto ispettivo che come deputato gode rispetto ai carcerati si estendeva anche ai bambini portati in comunità (non si sa però in base a quale testo o regolamento, come le ha chiarito implicitamente il Ministro degli Interni) si è infatti recata presso la Comunità dove sarebbe stato portato il piccolo e ha voluto entrare, appunto incontrando il bambino. A suo dire, anche il fatto che sia presidente della Commissione dei Diritti dell'Infanzia le dava il potere di entrare senza permesso di alcuno in quella comunità. Ha riferito della cosa “anche come medico” che il bambino a suo dire stava male e voleva tornare dalla madre .

In breve, chiariamo che l'onorevole Mussolini si è laureata in Medicina e Chirurgia e si è iscritta all'Ordine dei Medici di Roma il 29 luglio 2011, a cinquant'anni circa (laurea del gennaio 1994). Nel febbraio 2011 i giornali riportarono la notizia che era stata bocciata all'esame per l'iscrizione all'Ordine dei Medici. Ciò premesso, l'onorevole Mussolini ha visitato il bambino, come detto accampando un potere ispettivo che i deputati hanno rispetto al carcere, ma senza specificare in base a quale dispositivo di legge tale diritto si amplia alle comunità in cui i minori vengono accolti su disposizione del Tribunale dei Minori. Il punto in questione è però importante, perché il ruolo dell'onorevole Mussolini in trasmissione è stato quello di una sorta di deus ex machina che interveniva per essere il riferimento della trasmissione (e dunque del pubblico) relativamente a “come stava il bambino”, “cosa veramente vuole”, e via di seguito, come se il ruolo dell'onorevole non fosse di parte. Sin dalla prima puntata, invece, l'onorevole si era schierata dalla parte della madre, senza interessarsi in alcun modo a come si fosse arrivati a quanto ripreso dalk video, agli aspetti giudiziari della vicenda, e, "da medico", alle complesse e lesive dinamiche psicologiche su cui si era costruita la vicenda e che sicuramente avevano leso già di per sé lo sviluppo del bambino. Non ha dunque, nemmeno lei, ipotizzato che ci fossero motivi seri a motivare il decreto del Tribunale dei Minori in base al quale il piccolo veniva allontanato dalla madre, e non ha nemmeno ricordato che la P.S. era intervenuta per eseguire un Decreto, la cui esecuzione, peraltro, era stata resa impossibile dalla madre per ben cinque volte.

Alle parole dell'onorevole Mussolini è stato dunque dato un rilievo che non è stato dato alla parte avversa, ma la posizione dell'onorevole è stata da subito di parte, schierata -senza alcuna specifica o informazione di altro tipo- dalla parte della madre e della conduttrice. Tutti i modi con cui la signora D'Urso ha infatti interagito con l'onorevole Mussolini sono stati di grande rilievo e credibilità date alle sue affermazioni, mentre per quanto riguarda le ragioni della controparte, non solo è stato dato spazio solo alle dichiarazioni del padre (mentre potevano essere rilanciate anche le dichiarazioni dello psichiatra dr. De Nicola), ma le stesse sono state accolte in modo assolutamente diverso rispetto alla credibilità data all'onorevole Mussolini.

Lo stesso discorso vale con ogni evidenza anche per la trasmissione “Chi l'ha visto?” che mercoledì 10 ottobre ha mandato in onda il video senza alcuna precisazione, ma dando poi spazio sia ai commenti della presentatrice Federica Sciarelli sulla frase dell'ispettrice di Polizia e ospitando in diretta una telefonata dell'avvocato della madre, Girolamo Andrea Coffari (**).

Il “sequestro”. Quello che la madre di Leonardo chiamava “sequestro”, era di fatto, dunque, l'esecuzione di una sentenza di Tribunale. Ma in nessun momento (basta ricontrollare audio e video della trasmissione) la presentatrice ha chiarito questo punto. Come, d'altra parte, nessuno ha pensato di chiarire come fosse nata questa vicenda: il pubblico è stato fatto concentrare sui soli 40 secondi del video. Nessuno, così, ha chiesto alla madre cosa fosse avvenuto negli anni precedenti, quante volte era stato tentato di eseguire il decreto in questione, quante volte la madre aveva impedito o sabotato gli incontri padre-figlio. Nessuno ha chiesto alla madre e alla zia come mai fossero lì in forze, con telecamera e di guardia alla scuola, e nessuno ha contestualizzato il dato fondamentale: che il decreto del Tribunale dei Minori veniva ad incidere sulla rottura totale, patologica e immotivata, delle frequentazioni tra il padre ed il figlio.

Quello che dunque può essere considerato una o più ipotesi di reato (ad esempio, la "Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice", 488 c.p., per tacere poi di altri, dei quali sembrano effettivamente ora indagati zia e nonni), è stata considerata a priori (e questo è ancor più grave) una legittima, e legale, reazione di una madre disperata, e non un possibile reato della stessa. Addirittura, al minuto 1:08:58 la signora D'Urso legge il comunicato della Questura. Al punto in cui lo stesso recita “se non ci fosse stato l'intervento pretestuoso della famiglia... si sarebbe fatto il bene del bambino...”, la signora D'Urso non prende in alcuna considerazione l'ipotesi di chiedere alla madre del piccolo (come non l'ha preso in considerazione per tutto il corso della trasmissione) se non considerasse adeguato il comunicato della Questura, dal momento che l'intervento della zia e del nonno del piccolo era preordinato appunto ad impedire l'esecuzione di un provvedimento giudiziario. Non solo la madre non viene chiamata a rispondere se quanto afferma la Questura potesse essere vero, ma le viene lasciato dichiarare che quanto si dice nel comunicato “è tutto falso … tutte bugie” (*), e con ciò negando di fatto che i suoi familiari hanno tentato di impedire l'esecuzione di un provvedimento di Tribunale e che quello fosse, appunto, l'esecuzione di un provvedimento del Tribunale.

La signora D'Urso, non contraddice in nulla la donna nemmeno su questo punto, non le chiede alcuna spiegazione, non chiarisce nemmeno (come al pubblico faceva bene sentire) che il comportamento dei familiari del piccolo oltre ad essere pretestuoso poteva integrare di fatto un ben preciso reato perché la Polizia era lì ad eseguire l'ordinanza di un magistrato. Peggio ancora, dopo aver permesso alla donna di affermare che non aveva potuto vedere il piccolo in comunità, presentandolo come una grave violazione dei suoi diritti di madre (quando, invece, il decreto disponeva che il piccolo non avesse contatti con la donna, e dunque andasse rispettato in tal senso), la signora D'Urso affermava “Ma tu non ti preoccupare, noi ci stiamo scatenando.. (1:09:53), quasi a chiamare in forze una rivolta popolare a tutela dei diritti pretesamente lesi della madre. Il concetto di “noi ci stiamo scatenando per risolvere la situazione”, che in quel contesto assumeva con ogni chiarezza il senso, appunto, di uno “scatenarsi” contro una pretesa ingiustizia (che derivava invece dalla applicazione di un Decreto di Tribunale) era poi ripetuto al minuto 1:10:25 circa.

Così come ad una delle mamme dimostranti riprese dalla trasmissione a Padova viene fatto dire "io spero che venga fatta giustizia per questa mamma", senza che alcuno intervenga a correggerla o a chiarire che quanto accadeva nasceva per esigenze di giustizia, e che andava resa giustizia al bambino e al padre dello stesso, e che comunque tutto l'episodio nasceva dagli ostacoli messi in atto dalla signora e dalla famiglia al corso della giustizia. La situazione diventava ancora più emblematica quando alla madre del bambino veniva lasciato dire -meglio, gridare: “Ma questo bambino cosa ha fatto che io non posso abbracciarlo”, dal momento che la conduttrice non tentava nemmeno lontanamente di spiegare che, a torto o ragione, il dispositivo del Tribunale dei Minori proteggeva il bambino dalla supposta patologia materna, e certo non lo equiparava affatto ad un recluso, come la madre voleva metaforizzare. Il culmine veniva poi raggiunto allorché la zia del piccolo dichiarava: “questa gente deve rispondere e pagare per le violenze che ha fatto” (minuto 1:11:29), e questo senza che nessuno della trasmissione intervenisse a dire che quelle “violenze” emergevano in una operazione di Polizia che eseguiva un Decreto di Tribunale, e che a generarle era l'ostacolo posto in essere dai familiari del bambino presenti.

Nessuno diceva nulla, dunque. Al termine delle due trasmissioni, si poteva benissimo ricavare una considerazione: stando a quanto era stato detto e discusso, i ruoli si erano capovolti: la madre del “bambino trascinato via” (come l'iconografia massmediatica ormai l'etichetta) era vittima, insieme al figlio, di una gravissima violenza e non, piuttosto, una persona che molto probabilmente aveva deviato il corso della legge e leso -in anni e anni di ostacolo alla presenza paterna- l'equilibrio psicofisico del figlio (come almeno ci sembra reciti la consulenza dello psichiatra incaricato dal Tribunale dei Minori) . Al tempo stesso, l'esecuzione di una decisione di un giudice era diventata un atto di violenza, e le parole dell'ispettrice di P.S., che cercava di spiegare alla zia del bambino come stessero le cose, un atto di crudelissimo cinismo.

Non è dunque un caso se ora la donna è bersagliata appunto da minacce e ingiurie. Una morale politica (ma prima ancora antropologica!), si può trarre da tutto questo: non ci si deve scandalizzare se l'Italia è una terra di illegalità, nella quale le sentenze e le regole non vengono mai rispettate, e se quelli che rubano e si ingozzano di ostriche a sbafo della povera gente, hanno mamme che li difendono dicendo che non hanno fatto niente. La legalità, il rispetto delle regole, l'idea che una norma limitante possa esser posta pure ai desideri della Mamma, e soprattutto della Mamma Santissima, devono iniziare a valere sin dalla culla.

Anche se mamme e zie ululano per i loro lesi diritti.

 

 

NOTA:

Quanto detto e mostrato dalla trasmissione “Pomeriggio5” è stato verificato ai link sopra mostrati. I testi dello sbobinamento sono a disposizione di chi volesse consultarli.

Hanno proceduto allo trascrizione del contenuto e alla interpretazione delle modalità comunicazionali il dr. Marco Muffolini, Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche, Informatico, Consulente del Centro Studi Separazioni e Affido Minori per i contenuti informatici e multimediali, e l'autore dell'articolo.  

 

Dr. Gaetano Giordano

Psicoterapeuta

Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni

Centro Studi Separazioni e Affido Minori


Fonte: http://mobbing-genitoriale.blogspot.it/2012/10/bambino-di-padova-come-litalia-diventa_4855.html#more

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Ci sono 3 commenti


10.20  di domenica 18/11/2012
scritto da  Fabio Nestola
sono in piedi e sto applaudendo, bravo GG

Se le "potenti associazioni" dei separati fossero davvero potenti come gli illusi credono, Barbara D´Urso in TV potrebbe solo pulire i camerini

19.06  di gioved├Č 18/10/2012
scritto da  Elio FRANCESCONI
Analisi eccellente! Gli americani lo chiamano MSM (Main Stream Media) cio├Ę la distribuzione da parte dei media di contenuti che riflettono le correnti prevalenti di pensiero, ci├▓ che l´audience si aspetta e gradisce. I sovietici - e noi - la conoscono come disinformatsja, disinformazione.

La Bi-genitorialità ha bisogno di "comunicatori", in questo siamo ancora dei dilettanti.

17.59  di gioved├Č 18/10/2012
scritto da  Pino FALVELLI
Come di consueto il Dr. Giordano fa un´ analisi dei fatti che ├Ę praticamente impossibile mettere in discussione. Non si pu├▓ che fargli i coplimenti. Ritengo,per├▓, che la gravit├á di quanto accade in Italia merita una grande riflessione. Siamo in mano ai media che spesso e volentieri forniscono una versione distorta della real├á presentando ci├▓ che sostengono come "vangelo" e come "oro colato". Sono innegabili gli effetti che riescono ad ottenere sull´ opinione pubblica. Lo stesso discorso vale anche per i politici e per i rappresentanti delle Istituzioni che vanno alle trasmissioni Tv ( guarda caso, SEMPRE GLI STESSI ). Dobbiamo renderci conto che possiamo essere tutti strumentalizzati e "modellati" e ci├▓ ├Ę molto grave. In tal modo ├Ę in discussione la civilt├á e la democrazia di questo Paese e dobbiamo prenderne atto. Facciamoci caso : attualmente va di moda parlare di violenza alle donne e si tende a criminalizzare la figura maschile con trasmissioni che parlano di tale argomento sempre in un certo modo. Qualcuno ha mai evidenziato le violenze subite dagli uomini e dai bambini DA PARTE DELLE DONNE ??? Soprattutto quelle di tipo psicologico e derivanti dalle false accuse utilizzate nel corso delle separazioni/divorzi e che puntualmente restano impunite ??? E di tali casi ve ne sono tantissimi. Chiediamoci il perch├Ę ci├▓ non viene mai messo in risalto. Bene ha fatto il Dr. G. Giordano sviscerare e mettere in luce certe assurdit├á. Grazie !


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