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Una (in)giustizia senza confini. Le dichiarazioni di Raspadori che hanno fatto arrabbiare i servizi

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Una (in)giustizia senza confini. Le dichiarazioni di Raspadori che hanno fatto arrabbiare i servizi

25/07/2010 - 09.42

La sortita del consulente Raspadori, in questa vicenda di malagiustizia, è stato il classico "imprevisto" che ha fatto saltare tutti gli schemi precostituiti del sistema tribunali-servizi sociali. Questo sistema è ben collaudato (per usare un eufemismo), e generalmente non prevede la ribellione. Tutto viene tacitato dai modi felpati di procedure inique e sommarie, e i decreti scorrono a fiumi come l'acqua nelle tubature: quelle che non vediamo, ma sappiamo che esistono solo quando si rompono e dobbiamo chiamare l'idraulico. Ma l'idraulico - anche se a peso d'oro e quasi sempre senza fattura - ripara la perdita, il tribunale dei minori e i servizi sociali, lo fanno raramente.

il Dr. Raspadori, dicevamo, ha "sparigliato" le carte, e così come succede anche ai migliori giocatori di briscola in cinque, ha creato confusione. Solo così si spiegano gli avvertimenti dei servizi, che masticano amaro e minacciano esposti. 

Ma cosa avrà detto mai il consulente di parte della giovane mamma a cui è stato sottratto il bambino dopo il taglio del cordone ombelicale ? Vediamo un pò, e riportiamo alcuni passaggi della conferenza stampa.

"L’altro giorno la dott.ssa Santaniello, presidente del Tribunale dei Minori, nell’ambito di un’udienza in cui intervenivo ripetutamente affinché fossero definiti a priori dei criteri precisi, oggettivi intendo, per la valutazione di “un caso”, mi ha detto “Raspadori, lei si coinvolge troppo”.

Eh già, è vero, e lo rivendico. Respingo l’idea di svolgere silenziosamente, da bravo scolaretto, il mio “compitino” di Consulente Tecnico di Parte (CPT), delineare cioè il profilo psicologico di un bambino o di un adulto, consegnarlo alla scadenza, farlo affluire assieme a mille altri atti di altri psicologi, psichiatri, assistenti sociali, educatori, avvocati, sul tavolo del giudice, senza chiedermi come è sorto “un caso”, perché proprio quel genitore è finito nel mirino dei tanti ruoli che girano attorno al Tribunale dei Minori, quali sono e che valore hanno i criteri con cui improvvisamente viene valutata la “capacità genitoriale” di una madre, e viene esclusa.

Nel “piccolo” di un Tribunale per i Minori, io dico che, così come sono le procedure e i comportamenti di tanti personaggi che accettano di svolgere il proprio compito parcellizzato, rivive in pieno quella “banalità del male” che Hanna Arendt descrisse per i campi di concentramento, in cui ogni funzionario svolgeva burocraticamente e disciplinatamente il proprio “compitino” nell’ambito prescrittogli, al punto di perdere la coscienza del maggiore dramma che avveniva, e a cui lui era chiamato ad aggiungere “solo” un mattoncino, il proprio.

Se nulla di peggio c’è di quando l’immacolatezza dell’infanzia viene violata, dobbiamo dirci però che oggi i casi di abusi e di violenze conclamate ad opera di genitori sui propri bambini riguardano meno del cinque per cento di quelli per cui il Tribunale per i Minori sancisce la perdita della potestà genitoriale ed il collocamento dei figli altrove.

So bene, come tutti noi sappiamo, che la violenza non è solo fisica, ma quando ci addentriamo nel campo indefinito della psicologia, al di fuori cioè di fattispecie certe di reato, quando noi decidiamo di valutare modi, comportamenti, sentimenti, espressioni, collegate al carattere, a tratti di personalità, a stati d’animo, a tutto quell’insieme, cioè, spesso contraddittorio di ansie, paure, sicurezze, aspettative, gelosie, dipendenze, orgogli, che compongono la psiche umana, noi entriamo inevitabilmente nel campo della discrezionalità.

La discrezionalità dei nostri valori, sentimenti, vissuti, visioni della vita, e molto più semplicemente del nostro modo di amare e di crescere i figli.

E quando la discrezionalità delle valutazioni psicologiche si accompagna al potere di irrorare il massimo della pena, la perdita di tuo figlio e la negazione di te stessa, il rischio di passare dalla discrezionalità all’arbitrio è enorme, e foriero di danni e drammi di molto maggiori di quelli che astrattamente si dichiara di volere evitare.

Dichiarare un genitore “incapace” e sottrargli i figli, ed oggi, assai frequentemente, l’unico figlio, è lacerante ben più della galera, molto più vicino ad una pena di morte, specie e proprio per le modalità con cui questi provvedimenti, come vedremo, vengono attuati.

Allora, del Tribunale per i Minori voglio dire le seguenti cose:

1) I procedimenti con cui si separano i bambini dai genitori in nome dell’incapacità genitoriale, facendo risalire questa capacità/incapacità ad una caratteristica psicologica, ad un tratto di personalità cioè, sono un abuso anche scientifico. Non esiste in nessun manuale di psicologia o psichiatria la categoria o la sindrome di incapacità genitoriale.

Non esiste l’incapacità genitoriale in quanto categoria psicologica AD EXCLUDENDUM. Gli atti a cui così frequentemente ricorre il Tribunale per i Minori di Trento, di affidamento a terzi (Servizi Sociali) di un minore è una ipotesi che dovrebbe essere perseguita solo per gravissimi ed eccezionali motivi: “La potestà genitoriale costituisce un ufficio di diritto privato, dice la letteratura giuridica, e il genitore, verso lo Stato e verso i terzi, h .un vero e proprio diritto soggettivo alla titolarità dell’ufficio e all’esercizio personale e discrezionale del medesimo, con l’unico limite di indirizzarlo verso il soddisfacimento delle sole esigenze del minore.

In altri termini, la titolarità della potestà genitoriale, oltre che un dovere ed officium, è anche e ad un tempo un insieme di poteri, dal contenuto personale e patrimoniale, talmente incisivi da assurgere al rango di diritto soggettivo; pertanto i provvedimenti del giudice, che su quel diritto possono incidere fortemente, hanno pur

sempre uno spiccato carattere contenzioso e non di decisioni unilaterali”.

I principi generali lasciano fuori i bisogni concreti del minore: è stato giustamente osservato che l’interesse del bambino è visto attraverso il mondo degli adulti, ed una tale ottica può essere drammaticamente deformante. Non ha senso perseguire la individuazione di una astratta idoneità genitoriale, dato che le conseguenze che se ne volessero trarre potrebbero benissimo non adeguarsi al caso che ci sta davanti.

La “capacità genitoriale” è l’oggetto ricorrente nelle CTU (le perizie predisposte dal tribunale). Non pensate a chissà quali virtù debbano possedere i genitori adeguati e chissà quali pecche contraddistinguono quelli inidoei.

Ormai una dichiarazione di incapacità genitoriale la potete leggere ad occhi chiusi, tanto si sviluppa ripetitivamente dai presupposti ai passaggi diagnostici intermedi, fino alle conclusioni.

Una madre (o un padre) di fronte al perito è in partenza una madre ferita, che non comprende perchè tutto questo stia succedendo, attraversata da dubbi, paure e sospetti e dalla certezza di doversi difendere, che tutto può essere usato a suo scapito.

Da qui, regolare come un’equazione matematica, la prima diagnosi di sentimenti persecutori di stampo paranoide. Sicuramente nel passato dei genitori c’è qualche forte dolore rimosso che porta ad una elaborazione depressiva nella forma di comportamenti troppo accuditivi, protettivi o possessivi della madre nei confronti del proprio piccolo.

E a questo punto non c’è scampo perchè se prevale una elaborazione rabbiosa, maniacale, narcisistica la madre può diventare pericolosa, e altrimenti i comportamenti troppo accuditivi, di stampo regressivo, vengono equiparati ad incapacità genitoriale di crescere i figli, di cogliere i loro reali bisogni, ovvero di inadeguatezza al ruolo materno.

Tutto questo in nome della indiscutibile verità che l'equilibrata crescita psicologica di una persona è fondata sulla capacità di vivere relazioni oggettuali, ovvero la capacità di distinguere perfettamente sè dagli altri, di non essere attraversati da facili meccanismi di identificazioni o proiezioni, che inducono dipendenza o misconoscenza e negazione delle altrui caratteristiche, necessità, bisogni e desideri.

Affermare che la madre ideale è una madre che sappia rapportarsi oggettivamente con il proprio figlio, che sappia in lui vedere una persona ben distinta da sè, a 2, 5, 8, 15, 25 anni, è altrettanto banale della presunzione "tutta materna" di conoscere perfettamente il proprio figliolo, anche quando questi ha 30 o 50 anni. Se fosse per questa incongruenza dovremmo affidare ai Servizi Sociali, ben più della metà dei nati.

Ciò che reputo importante è che una madre sappia essere ben protettiva negli anni in cui il piccolo è completamente affidato a lei, ed essa deve sapere prevenire le possibilità di pericolo per il piccolo indifeso. Quando ce l'ha in pancia e per alcuni anni successivi ancora.

Poi, può avvenire che lei lo consideri sempre il "suo bambino", che sia più ansiosa e protettiva del dovuto, ma in ogni caso è la socializzazione che prende avvio con la scuola materna e poi le elementari che introduce il bambino a nuove relazioni..

E' l'ingresso in scena di nuovi adulti significativi, a cominciare dalle maestre ma non solo, che portano a ridimensionare la magia infantile della mamma "la più buona e la più bella" e del papà "il più forte ed il più giusto", e questo avviene comunque, anche se la mamma continua a ritenersi unica e insostituibile.

La pubertà e l'adolescenza, poi, faranno il resto. Gli amori dell'adolescenza, i rapporti amicali, la scuola con il suo chiedere conto, formeranno definitivamente il nostro piccolo al rapporto con la realtà ed alla reciprocità con l'altro.

Dimenticare questi principi della vita e della crescita, pretendere che una madre sia come una operatrice sociale o una psicologa, pretendere cioè di misurare e giudicare la qualità dell'amore materno e il modo di esprimere affettuosità da un lato, e quanta la capacità di asettico coinvolgimento operativo, senza tenere conto della naturale visceralità del rapporto, non solo rischia di far prendere solenni cantonate, ma purtroppo anche commettere ingiustizie, quando non le vogliamo chiamare crudeltà.

A volte dovremmo riflettere che il genitore che a noi non piace è forse il miglior genitore accanto a cui può crescere un figlio. E che forse c'è un eccesso nella sostituzione di un genitore con l'assistente sociale".

Quanto dichiarato dal dottor Raspadori è un punto di rottura, e qui ci si limita a dire che niente fa più male della verità, a chi la verità fa finta di non vederla, o peggio ancora la nasconde. Una delle tante riflessioni da fare riguarda l'estremo divario di risultati positivi che si riscontra oggi tra il ruolo dei servizi e quello degli psicologi: questi ultimi sono gli unici che riescono a garantire un equilibrio all'interno dei procedimenti giudiziari in materia di famiglia. Le consulenze tecniche di ufficio, con il necessario contorno dei consulenti di parte, vengono spesso invocate da chi si sente privato dei propri diritti, e il più delle volte esse riescono a restituire razionalità al processo giudiziale che si avvita pericolosamente. Nei tribunali ordinari non è raro vedere che il CTU e i due CTP riescono a formare un vero e proprio "staff" autonomo e obiettivo, il cui operato viene tenuto in grande considerazione dai magistrati. E se anche in queste realtà esistono eccezioni negative, nel complesso il sistema funziona, e vige un discreto rispetto dei sentimenti e dei ruoli genitoriali.

E' proprio ciò che manca nella maggioranza dei tribunali minorili e nei servizi sociali, che decretano la tua fine con un sorriso.


Fonte: Redazione

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C'è 1 solo commento


11.08  di lunedì 26/07/2010
scritto da  da una napoletana
Strano, che da un giudice dal cognome di origine napoletana (si veda sul sito www.gens.it)come Santaniello, si senta pronunciare una osservazione al CTU circa un eccessivo coinvolgimento...
Se non ci si accalora sulle questioni relative ai figli e alle madri, su cosa, allora?
E poi non sono proprio i napoletani a dire che i figli sono tutti «pezz´e´core»?
Finalmente un parere illuminato da parte di uno psicologo, che ammette la discrezionalità del proprio lavoro, dell´addentrarsi nel campo indefinito della psicologia. Meglio tardi che mai...




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