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Sistema giudiziario italiano. Le condanne della Corte Europea dei Diritti dell´Uomo

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Sistema giudiziario italiano. Le condanne della Corte Europea dei Diritti dell´Uomo

20/07/2010 - 10.50

Da Bruxelles, Maria Elena Oddo. Quello che segue è uno studio analitico su alcuni dei casi più gravi, in cui il nostro Paese è stato condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

“Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.”

L’articolo 8 della CEDU enuncia così il diritto al rispetto alla vita privata e familiare, precisando che tale diritto non è assoluto, in quanto sono previste circostanze in cui l’Autorità pubblica può interferire con il suo godimento. Nel valutare se le misure prese da uno Stato sono compatibili con l’Articolo 8, la Corte europea dei Diritti dell’Uomo tiene in considerazione il margine di discrezionalità e di interpretazione di cui gode ogni Stato, garantendo che gli obblighi di tutela derivanti dalla Convenzione vengano comunque rispettati. La Corte, analizzando i casi di ingerenza dell’Autorità pubblica, valuta se essa possa essere giustificata o meno sulla base del secondo comma dell’Articolo 8, sanzionando i casi che non rientrano in questa fattispecie e che comportano la restrizione del godimento di tali diritti.

È proprio in questo contesto che si collocano le violazioni commesse dal sistema giudiziario italiano nei confronti di cittadini che, vedendo violato il proprio diritto al rispetto della vita privata e familiare, hanno adito la Corte europea dei Diritti dell’Uomo.

Tra i casi più controversi, sono annoverate le violazioni commesse dall’Italia nell’ambito delle adozioni, con particolare rilievo a quelle avvenute senza il consenso dei genitori o quelle che ledono in qualche modo il godimento del diritto alla vita familiare.

In particolar modo, nella prima fattispecie rientra il caso Todorova v. Italia[1], in cui la richiedente, una donna bulgara nata in Italia e residente Bari, ha adito la Corte nel 2006 per violazione dell’articolo 8. Il 7 ottobre 2005, la richiedente, avendo partorito due gemelli all’ospedale San Paolo di Bari, ha deciso di non riconoscerli e di rimanere nell’anonimato, pur specificando di voler disporre di un po’ di tempo per poter prendere una decisione definitiva. La Sig.ra Todorova ha richiesto, inoltre, che i neonati venissero portati in un centro di accoglienza e che fosse nominato un tutore provvisorio. Tuttavia il 2 novembre, il Tribunale dei minori ha dichiarato i gemelli adottabili, e, circa un mese dopo, la richiedente ha domandato di essere ascoltata dal Tribunale dei minori e di sospendere la procedura di adozione. Il 20 marzo, l’Ufficiale di Stato civile di Bari ha informato il Tribunale che la Sig.ra Todorova aveva fatto richiesta, qualche giorno prima, di riconoscere i gemelli, ma il Tribunale, e poi la Corte d’appello, hanno replicato che i bambini una volta dichiarati adottabili non potevano più essere riconosciuti (ex legge n° 184/1983 successivamente modificata). Il caso Todorova è estremamente delicato, in quanto gli interessi in gioco sono diversi: quelli della madre biologica, dei gemelli e della famiglia adottiva. La Corte ha stabilito, con una sentenza del 2009, che i fatti ricadono nell’ambito di violazione dell’articolo 8, in quanto la negata possibilità di esprimersi davanti l’autorità giudiziaria e di mettere in discussione la decisione di abbandonare i figli hanno impedito, in modo irreversibile, alla madre biologica di difendere i propri interessi. Inoltre, la Corte ha sottolineato che, seppure una procedura di adozione rapida sia in generale preferibile, in questo caso l’eccessiva celerità e il non avere garantito alla Sig.ra Todorova di esprimersi quando ha iniziato a dubitare della sua scelta, non le hanno consentito di tutelare il proprio diritto al rispetto della vita familiare. Negandole il diritto di mettere in discussione la propria decisione, il sistema giudiziario italiano ha quindi violato in modo irreversibile il diritto della Sig.ra Todorova, inoltre, invece di dichiarare i neonati adottabili in 27 giorni, si sarebbe potuto garantire un supporto adeguato alla madre affinché potesse decidere liberamente se riconoscere i figli o meno.

Un altro caso eclatante di violazione è stato quello Moretti e Benedetti v. Italia[2]. I coniugi Moretti, oltre ad avere due figli, hanno avuto in affidamento temporaneo dei bambini poi adottati da altre famiglie. Nel maggio 2004, a seguito dell’abbandono di una neonata, la bambina A. venne affidata alla famiglia per un periodo di sei mesi. Nell’ottobre 2004, la famiglia Moretti ha presentato richiesta di adozione e, non avendo ricevuto alcuna risposta, ha reiterato la richiesta nel dicembre 2005. Intanto A., dichiarata adottabile, è stata adottata da una nuova famiglia, e il 19 dicembre, è stata prelevata dalla casa della famiglia Moretti con l’ausilio della polizia. Sebbene i coniugi Moretti si siano rivolti all’autorità giudiziaria, la loro richiesta è stata rifiutata sulla base del fatto che un’altra famiglia adottiva era ormai stata scelta nell’interesse della bambina. Anche la Corte d’Appello, nell’ottobre 2006, pur avendo appurato con l’ausilio di un esperto l’attaccamento di A. sia alla famiglia Moretti che alla nuova famiglia adottiva, ha confermato l’ordine di adozione per evitare ulteriori traumi al minore. Nell’aprile 2007 i Moretti hanno adito la Corte, lamentando una violazione dell’articolo 8. La Corte ha affermato che, seppure i Moretti non avessero alcun potere legale per agire nell’interesse di A., la nozione di “vita familiare”, di cui all’articolo 8, non può essere interpretata in modo restrittivo, in quanto esistono dei casi in cui si instaurano dei legami familiari de facto ed è, quindi, necessario considerare un ampio spettro di fattori quali: il tempo in cui queste persone hanno vissuto insieme, la qualità della relazione e il ruolo dell’adulto nei confronti del minore. Benché l’articolo 8 non garantisca il diritto di adozione, si era evidentemente instaurato un legame familiare forte tra i Moretti e A., avendola avuta in custodia per i suoi primi 19 mesi di vita. La Corte ha stabilito quindi che la loro richiesta di adozione sarebbe dovuta essere stata analizzata con cura prima di dichiarare la bambina adottabile e che il caso è una chiara violazione del rispetto alla vita privata e familiare della famiglia Moretti. Anche in questo caso, in che modo si è cercato di tutelare l’interesse del minore? Strappando A. dalla custodia della famiglia Moretti, con cui la bambina, avendo vissuto i primi 19 mesi di vita, aveva instaurato un legame familiare forte, e permettendo l’adozione da parte di un’altra famiglia, si è ignorato il rischio di procurare dei traumi alla minore. Inoltre la famiglia Moretti aveva il diritto di tutelare il proprio nucleo familiare e la sua richiesta di adozione doveva essere almeno tenuta in considerazione, alla luce dell’affetto e del legame che li legava ad A.

Altri casi di violazioni riscontrati dalla Corte comprendono l’allontanamento del minore, in seguito all’accusa di abusi sessuali contro uno o più membri della famiglia. In questo frangente il caso più evidente di violazione, è sicuramente Clemeno e altri versus Italia[3]. I fatti si sono svolti nel 1993, quando il sostituto procuratore di Milano ha deciso l’allontanamento della minorenne Y dalla sua famiglia, sulla base delle accuse mosse dalla cugina X, che aveva  dichiarato di aver subito abusi sessuali da parte di membri della sua famiglia e di temere che la stessa sorte sarebbe toccata a Y. I richiedenti hanno adito la Corte nel 2003 in quanto, a seguito delle accuse di presunti abusi sessuali, dalla quale cinque dei imputati sono stati assolti dalla Corte d’Appello di Milano nel 1999 perché “il fatto non sussiste”, la minorenne Y non è stata soltanto allontanata dalla famiglia, ma, nel 1997, è stata anche dichiarata adottabile. A seguito dell’assoluzione in Cassazione, nel 2001, anche dell’ultimo imputato, il padre di Y, i richiedenti hanno lamentato una grave violazione del loro diritto alla vita privata e familiare. La Corte ha stabilito all’unanimità che la misura di allontanamento di Y dalla famiglia sia stata resa necessaria dalla gravità delle accuse e rientra nelle misure che l’Autorità nazionale può prendere in casi di abusi sessuali su minori. Tuttavia, la Corte ha riscontrato una grave violazione dell’articolo 8 per ciò che concerne la totale assenza di contatti tra Y e la sua famiglia naturale durante il periodo in cui la bambina era stata presa in custodia. Inoltre, la Corte ha sottolineato che l’autorità locale non ha effettuato alcuno sforzo per permettere l’eventuale ricongiungimento di Y alla sua famiglia, sulla base della convinzione della colpevolezza del padre e dell’incapacità della madre, prendendo la decisione di dichiarare adottabile la bambina mentre il procedimento contro i richiedenti era ancora pendente. È evidente che in questo caso, il principio di presunzione di non colpevolezza non è stato adeguatamente tenuto in considerazione e non è stato effettuato alcuno sforzo per evitare di rompere drasticamente i contatti tra Y e i membri della sua famiglia naturale, sulla base della convinzione della colpevolezza del padre. La minore sarebbe dovuta essere stata allontanata, evitando però di procurarle ulteriori traumi garantendo, con l’ausilio dell’assistenza sociale, il mantenimento dei rapporti con la famiglia d’origine, soprattutto a seguito dell’assoluzione di parte dei suoi membri.

In un caso analogo di allontanamento di minore, in seguito alle accuse di violenza sessuale mosse nei confronti del padre, le lungaggini processuali hanno rischiato di spezzare irrimediabilmente il legame tra il padre e la figlia. Si tratta del caso Errico versus Italia[4], in cui il richiedente ha adito la Corte per via dell’allontanamento della figlia S. in seguito alle accuse di violenze sessuali. In questo caso, la Corte ha stabilito che la misura dell’allontanamento di S. e la sospensione del diritto parentale e di visita, era effettivamente proporzionale e necessaria per garantire la tutela del minore alla luce dei gravi sospetti di abusi. Non veniva riscontrata quindi una violazione dell’articolo 8, in relazione alle misure prese nell’interesse di S. Tuttavia la lunghezza dell’inchiesta preliminare, circa 2 anni e 8 mesi, secondo la Corte, rappresenta un ritardo ingiustificato nel meccanismo giudiziario, che ha inevitabilmente violato il rispetto del legame tra padre e figlia, comportando la scissione di tale legame per un lungo periodo di tempo, violando così i diritti garantiti dall’articolo 8 della CEDU.

Sembra quindi che, benché la tutela dei minori e il rispetto dell’integrità del nucleo familiare siano tra le priorità del sistema giudiziario italiano, non sempre si riesca a raggiungere tale obiettivo. Spesso gli interventi che avrebbero dovuto tutelare minori dal trascorso difficile e controverso non hanno fatto altro che traumatizzarli ulteriormente. Inoltre, non sempre i diritti dei genitori o di coloro che intrattengono un legame forte con il minore in questione sono stati rispettati, negandogli  di godere pienamente del diritto al rispetto della vita familiare. Tra lungaggini processuali, allontanamenti ingiustificati e l’assenza di attività condotte adeguatamente dai servizi sociali per evitare una rottura del legame familiare netta e traumatica, il sistema giudiziario italiano ha commesso delle gravi violazioni dell’articolo 8, provocando spesso traumi e sofferenza ai minori e alle loro famiglie.

 

 


[1]Caso 33932/06 TODOROVA - Italia. Fonte: www.echr.coe.int

[2]Caso 16318/07 Moretti e Benedetti- Italia. Fonte: www.echr.coe.int

[3]Caso 19537/03 CLEMENO - Italia. Fonte: www.echr.coe.int

[4]Caso 29768/05 ERRICO  – Italia. Fonte: www.echr.coe.int


Fonte: Redazione

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C'è 1 solo commento


12.35  di martedì 20/07/2010
scritto da  Giulio C.
Scusate, ma se ci sono state violazioni dei giudici del sistema giudiziario italiano, qualcuno ha pagato di tasca propria per le iniquità commesse o no?
Se mi dimentico di pagare in tempo il bollo auto e ho pagato una sovrattassa, proporzionale al ritardo.
Se un giudice applica male una legge e causa danni sui minori (che dovrebbe tutelare) poi ne paga o no? Misteri!


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