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Quando la discriminazione viene insegnata ai nostri figli dalle stesse istituzioni

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Quando la discriminazione viene insegnata ai nostri figli dalle stesse istituzioni

08/07/2010 - 21.37

Di Salvatore Garofalo. L’Italia è sempre stato un Paese ospitale, che rifiuta la discriminazione di qualunque tipologia: chi discrimina, viene giustamente perseguito. Formalmente gli italiani non tollerano gli atti che tendano ad emarginare altri soggetti a causa del loro status sociale, della loro religione, del colore della pelle, della loro diversità sessuale, o ancora per le condizioni di salute, per l’età, per le loro scelte politiche o per il loro grado di istruzione.

L'Italia, insomma, garantisce e tutela la persona qualunque sia la condizione in cui versa. Il Parlamento, sotto la spinta evolutiva della collettività, approva quelle leggi che salvaguardano l'essere umano - oggi un po' meno, visto che sono state approvate norme che ci portano indietro di qualche decennio -.

La magistratura, nella maggiore parte dei casi, ha quasi sempre cercato di tutelare i diritti fondamentali dell'uomo emettendo sentenze che spesso andavano oltre il volere parlamentare (celandosi come al solito dietro la famosa “interpretazione” delle norme) e sollevando in proposito un vespaio di polemiche. In questo tentativo di tutelare la persona, una parte della magistratura ha centrato il bersaglio, spingendosi anche oltre lo spirito della legge.

Altre volte, invece, è andata fuori rotta, salvo poi aggiustare il tiro con ulteriori provvedimenti.

Ma nel Diritto di Famiglia è tutta un'altra storia: lì è gestione del tutto “privata”, al di fuori dal mondo politico che non vuole occuparsene e dunque non innesca alcuna polemica in materia. Tutto, politicamente, tace.

Si continua a pensare che, tranne per chi si accinge a separarsi, la collettività non percepisce il problema dei minori come un allarme sociale. Questo è il più grave errore di valutazione che si possa fare.

La gestione delle problematiche familiari è talmente “privata” e personale, che leggi e norme vengono interpretate, smontate, riviste, rivisitate, non applicate, parzialmente applicate, “inventate”, come se si trattasse di un giardino ad esclusivo uso personale coltivato con il tacito benestare di tutti i condomini. L'orticello è talmente “privato” che si arriva ad emettere sentenze che sono la prova incontrovertibile della discriminazione di genere, perpetuata con disinvoltura da chi sostiene di combatterla a spada tratta in tutte le sue forme e manifestazioni.

Che questa fosse una verità e una realtà strisciante era sotto gli occhi di tutti, ma oggi si è arrivati a non celarla più: con un raro senso del “dominio”, qualcuno lo ha fatto capire chiaramente emettendo una sentenza che non obbliga la madre a versare l'assegno di mantenimento al padre in favore dei figli conviventi con quest'ultimo.

Non ci sono e non si possono cercare giustificazioni a questa sentenza, dato che i padri sono obbligati (in barba alla nuova norma che invece non obbliga nessuno) a mantenere i figli anche se disoccupati o in precarie condizioni di salute.

A ciò si aggiunga il chiaro disvalore psicologico, morale, educativo e formativo che si trasmette ai figli con una decisione del genere: è una vera e propria “lezione di discriminazione di genere”, questa volta impartita ai minori da un'autorevole istituzione, addirittura da un tribunale della Repubblica. “...Sarà vero che esiste una differenza fra i due generi, dato che lo dice un giudice !”, penseranno gli ignari bambini.

Non vi meravigliate. Quando si ha la certezza che l'orticello è privato, vi si può piantare qualunque malapianta, nutrendola con tanta acqua fino a farla crescere rigogliosa, senza badare ai suoi frutti velenosi.


Fonte: Redazione

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