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Mozambico: storie di ladri di bambini, tra pedofilia e commercio di organi - di Luca Marcucci

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Mozambico: storie di ladri di bambini, tra pedofilia e commercio di organi - di Luca Marcucci

18/06/2010 - 00.32

«Eravamo almeno 50 bambini, soprattutto femmine. Mangiavamo bene e tanto: pasta, riso, pane, pesce. Ogni tanto arrivavano altri bambini. E ogni due settimane circa, un bianco che parlava portoghese ne portava via un gruppetto. Diceva di portarli a una festa, ma loro non tornavano più. Ci siamo accorti che, ogni volta che se ne andava, poco dopo sentivamo partire degli aerei dalla vicina base militare».

È la storia incredibile che Nene ha raccontato a padre Silvano Daldosso, sacerdote di Verona, una domenica di fine giugno 2009. Il missionario, di origine italiana, era arrivato in una comunità cristiana, vicino a Napera, nella parrocchia di Namahaca, per una delle sue periodiche visite. Mentre si apprestava a celebrare l'Eucaristia, l'animatore della comunità gli si è avvicinato, gli ha presentato la bambina - «un catechista l'ha trovata mentre vagava da sola» - e ha insistito perché ascoltasse la sua storia.

Nene affermava di essere originaria di Monapo, un distretto lontano molte ore di strada, e di essere riuscita a fuggire da «una casa di bianchi», dov'era prigioniera da anni con altri coetanei. «C'erano tante camere da letto. Ma noi non potevamo mai uscire. C'era permesso giocare solo in casa. Fuori c'erano sempre delle guardie, di giorno e di notte».

Dove finiscono i bambini? Nene non lo sa. Ma i missionari non hanno dubbi: sono tutte vittime del traffico di minori. Finiscono nei bordelli del vicino Sudafrica o nel giro della pedofilia; sono sfruttati per lavorare, o dati in adozione dietro pagamento, oppure diventano carne da macello per i riti di stregoneria.

Dai racconti un po' vaghi di Nene padre Silvano e i catechisti cercano di ricostruirne la storia. La bambina, oggi dodicenne, era stata rapita all'età di 8 anni con 5 cuginette della stessa età mentre giocavano poco lontano da casa. Arrivò un' auto con a bordo 5 uomini - 3 mozambicani e 2 bianchi - che le invitarono a salire in macchina: «Andiamo a Nacala. Venite. Vi portiamo al cinema». Ma al cinema non ci arrivarono mai. L'auto svoltò prima di entrare nel centro di Nacala, importante porto commerciale sull'Oceano Indiano, si diresse verso la vecchia base militare aerea e arrivò alla «grande casa dei bianchi», ben nascosta da una vegetazione fitta e alta. Nene vi restò prigioniera per più di 3 anni. Poi, «poco prima dell'ultima stagione delle piogge» (quindi nell'ottobre del 2008), riuscì a fuggire. Una sera, un guardiano aprì la porta a lei e ad altre bambine. Durante la fuga si persero; forse alcune di loro furono individuate e riprese. Nene proseguì da sola. Tra nuove fughe e passaggi fortuiti, quasi 8 mesi dopo arrivò a Napera. Dove finalmente qualcuno si è preso cura di lei.

Padre Silvano non ha perso tempo e ha subito cercato delle prove. «La casa di cui Nene parla esiste davvero. Abbiamo chiesto a una mama di nostra fiducia di andare a controllare e l'ha trovata: una casa coperta da una fitta vegetazione, controllata da guardie, esattamente nel luogo indicato dalla bambina». Troppo pericoloso filmare o fare foto: la casa è ben protetta. «La storia di Nene conferma tante voci sulla presenza di una casa dove dei bianchi tengono prigionieri i bambini. Già sapevamo che i trafficanti sono molto attivi nella provincia di Nampula». Si stima che la portata del traffico sia 10 volte il numero dei casi rilevati: fino a 30mila bambini l'anno, solo in Mozambico.

La città capoluogo della regione, Nampula, dista poche ore di viaggio dal porto di Nacala. È proprio in questa città che la chiesa ha varato la sua battaglia contro il traffico di minori. Suor Juliana (al secolo, Maria Carmen Calvo Arino), religiosa spagnola, della congregazione delle Serve di Maria, superiora del monastero "Mater Dei" di Nampula, non è sorpresa quando le chiedo se sa del traffico di bambini: «Bambini scomparsi? Conosciamo centinaia di casi. E tutti avvenuti nei pressi della città. Ci sono madri e padri disperati che aspettano da anni di avere notizie dei loro figli: tutti spariti in pieno giorno, mentre stavano giocando nel cortile di casa. Ma le loro denunce rimangono inascoltate. Chi ha visto o sa qualcosa ha paura di testimoniare: teme di subire ritorsioni. Ci sono già stati casi di testimoni zittiti, o comprati, o invitati dalla polizia a cambiare aria».

È stata proprio suor Juliana nel 2002 a fare le prime denunce per sequestro di minori. «In pochi mesi erano spariti numerosi bambini. I corpi di alcuni di loro erano stati ritrovati, ma senza organi interni, o senza occhi e lingua». Nel volgere di pochi giorni, il Mozambico divenne un caso internazionale. «Arrivarono giornalisti da tutto il mondo e io fui invitata a parlare al parlamento europeo». La comunità internazionale minacciò il taglio degli aiuti al governo. Le monache raccolsero prove - foto, dati, testimonianze, nomi - e consegnarono tutto alla polizia. Ma le indagini si bloccarono, i processi non partirono, la documentazione andò persa. Suor Juliana: «Abbiamo ricevuto molte intimidazioni. Ma non abbiamo mai smesso di denunciare questi fatti».

Negli anni, il modo di agire dei trafficanti è cambiato: più cauto, più coperto, quasi impalpabile, ma sempre costante.


Fonte: Redazione - dimensionesperanza.it

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