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DDL Pillon e mantenimento dei figli: chiariamo un pò di cose. Di Francesco Toesca

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DDL Pillon e mantenimento dei figli: chiariamo un pò di cose. Di Francesco Toesca
Francesco Toesca

15/09/2018 - 17:00

Il tentativo di intervenire sulla misapplicazione della Legge 54/2006 si scontra con un tipo, e uno solo, di opposizione. Si mette in discussione l’assegnuccio? Forconi in piazza…

Oltre a questa presa di posizione, sul tema impera un’enorme confusione. Cerchiamo quindi di fare chiarezza, sia eticamente che tecnicamente, sul punto. Si definisce mantenimento diretto tutto ciò che viene fornito direttamente al figlio quando si trova con noi, e indiretto quando deleghiamo qualcun altro a provvedere, mandandogli i soldi necessari. Nel primo caso, quando il figlio sta col padre paga tutto lui e quando sta con la madre paga tutto lei. Nel secondo caso, uno dei due, oltre a pagare tutto quando il figlio sta con lui, manda anche un assegno di mantenimento che l’altro gestisce secondo il proprio giudizio.

C’è qualcosa che non torna, vero?

E non è solo il fatto che uno dei due, solitamente il padre, paga due volte: è proprio il fatto che meno il padre vede i figli e più soldi deve mandare.

Si potrebbe obiettare che se sta di più con uno dei due è comunque dovere dell’altro pagare la metà del dovuto. Ma nella realtà non è cosi. I fabbisogni dei nostri figli e il nostro modo di occuparcene sono una delle chiavi attraverso le quali essi ci conoscono e ci giudicano, e attraverso le quali imparano a relazionarsi con il mondo. Attraverso l’esempio diretto possiamo passargli i valori per noi importanti, anche riguardo alla nostra gestione economica (comprare vestiti firmati o meno, cibo bio o meno, eccetera). Preparare un piatto di pasta a nostro figlio non è uguale a pagargli quello stesso piatto di pasta mentre se lo mangia con la mamma o un panino mentre passeggia con la babysitter. Questo concetto ci è chiarissimo se lo applichiamo a qualsiasi contesto, ma se lo riportiamo all’assegno di mantenimento o all’occuparsi direttamente dei figli, per magia le cose cambiano: viene considerato un padre premuroso e attento quello che manda regolarmente i soldi, mentre se non manda l’assegno il commento che il bambino ascolterà dalla madre sarà: “vedi, tuo padre non si interessa a te, nemmeno ti compra un vestito, devo fare tutto io”.

Dunque, dal punto di vista etico, sarebbe opportuno cambiare ottica: un bravo genitore è quello che c’è, di fatto, e non quello che manda i soldi. Un’ottica difficile da affermare anche perché purtroppo i figli riconoscono chi ha provveduto ai loro bisogni mentre si manifestavano: avevo fame e mamma mi ha comprato da mangiare, desideravo un paio di scarpe e mamma me le ha comprate. Che poi quei soldi siano metà di mamma e metà di papà non conta purtroppo nulla, spesso il bambino nemmeno lo sa. Ciò purtroppo ha un peso enorme nella “sfida” affettiva che viene ingaggiata nelle separazioni.

Secondo punto molto rilevante è che nel caso del mantenimento indiretto chi gestisce i soldi decide anche come spenderli. E come si decide quanto il figlio costerà al mese? Una quantificazione arbitraria del giudice, sulla base di parametri indefinibili, come è stata fatta finora, obbliga chi manda l’assegno a spese che forse gestirebbe diversamente. Un sistema come il mantenimento indiretto, insomma, non è assolutamente proponibile, perché impone come crescere i figli e cosa dargli sulla base di stime arbitrarie, mettendo in mano queste decisioni solo ad una persona. Tra l’altro una persona della quale, per evidenti motivi, quasi sempre non si condivide più l’approccio.

Ma veniamo a una analisi tecnica: Il termine “assegno di mantenimento” contiene concetti diversi che furbescamente vengono sovrapposti. Anzitutto, mi voglio limitare a parlare dell’assegno ai figli e non quello alla ex moglie. Si noti che i due vengono confusi per vari motivi:

1) tentare di mantenere una dicotomia madre/figli = famiglia vs padre = colui che se n’è andato;

2) per un motivo simile, tutti i bisogni dei figli (vedi la casa familiare) in questo modo vengono a vantaggio della madre;

3) madre e figli risultano la parte debole cui il marito-padre deve provvedere;

4) confermare la figura della madre come preponderante poiché rappresenta il nucleo familiare, la casa, la stabilità, mentre il padre rappresenta la provvisorietà, l’instabilità e l’inaffidabilità. In fondo, accodarsi ai bambini fa sempre un gran comodo.

Tolta la maschera a questa falsificazione, ci si può limitare a parlare del mantenimento dei figli, per il quale si riconoscono quattro grandi categorie di fabbisogni: 1) Necessari e quotidiani (casa, bollette, vestiario, cibo, medicine, scuola…). 2) Straordinari, necessari ed inderogabili (un improvviso fabbisogno medico, un incidente. Non si può certo discutere se procedere o no. Chi si trova col figlio deve poter provvedere e chiedere la divisione delle spese). 3) Straordinari, necessari ma derogabili (apparecchio dentale: deve metterlo ma possiamo confrontare più preventivi, o se sono in un momento economicamente pesante il piccolo può aspettare un po’). 4) Opzionali (lo sport, un viaggio, un corso musicale, il motorino o qualsiasi altra spesa facoltativa).

La legge 54/2006 prevederebbe già il mantenimento diretto ma lascia al giudice la facoltà di stabilire un assegno “perequativo” nel caso di grandi disparità di reddito. Queste disparità di reddito sono però state reinterpretate come disparità di giorni di presenza del figlio, di conseguenza una buona scusa per non applicare il mantenimento diretto. È ovvio che se il bambino trascorre 6 giorni con il padre e 24 con la madre, le spese dirette a carico dei due non saranno le stesse. Ed ecco il punto centrale: il presupposto fondamentale per il mantenimento diretto è che i tempi siano paritari. Ma finora, è noto, si è continuato ad applicare (illegalmente) un sistema di affido non paritario e di mantenimento indiretto.

Ora, si tratta di capire come potrebbe reggere una impostazione senza scambio di assegni e compensazioni varie, ossia come impostare il mantenimento diretto senza che i figli ci rimettano. Una cosa va accettata: la separazione è la fine di un progetto comune tra coniugi, che riprendono la loro strada indipendentemente uno dall’altra. Retorica scontata afferma che non si separano dai figli, verissimo, ma di fatto la gestione dei figli e della famiglia cambia. Inutile girarci intorno. Aumentano le spese ma soprattutto si riacquista volutamente un’indipendenza nella gestione della propria vita e di quella dei figli. In sostanza, da quel momento uno decide indipendentemente da ciò che pensa l’altro. Il buon senso richiede di cercare il più possibile strade coerenti di educazione, ma da qui a esigere che l’altro si comporti in modo pienamente concordato ce ne passa.

Questo recupero della propria indipendenza richiede tassativamente di poter proporzionare il proprio agire verso i figli in maniera autonoma. Ovviamente il figlio frequenterà due ambienti diversi, con valori e disponibilità diverse. Non può essere altrimenti. Probabilmente vestirà in un modo con mamma ed in un altro con papà, ed anche questo purtroppo si chiama divorzio.

Detto questo, con il mantenimento diretto (con tempi di permanenza paritari e senza assegni), ognuno provvede al figlio quando sta con lui per i suoi bisogno necessari e quotidiani. Il minore non porta valigie, trova tutto da uno e dall’altra, si sposta con i vestiti del giorno, coi quali ritorna, ha due case fornite di ciò di cui ha bisogno. Quando esce per andare a scuola dalla casa di papà, se la gomma si è consumata il papà gliela ricompra. Lo stesso fa la mamma. I libri si comprano ad inizio anno e si dividono, la mensa si decide se è necessaria o facoltativa. Se il papà vuole farlo mangiare a casa e riportarlo a scuola non paga la mensa, e così la mamma; se invece è necessaria si divide la spesa.

Sui bisogni straordinari, necessari, inderogabili o derogabili che siano, non cambia nulla: si presentano pezze giustificative delle spese, preventivi e quant’altro, si decide assieme e si divide a metà la spesa, magari adottando il sistema del conto cointestato, dove versare mensilmente dei soldi (magari proporzionalmente) che sono vincolati all’utilizzo solo per questi tipi di bisogni, e che alla maggiore età vanno al figlio. Sarebbe in più un motivo nobile per innescare una “gara” virtuosa.

Quanto ai bisogni opzionali, si comunica all’altro il desiderio, se l’altro è d’accordo si dividono i costi in parti uguali o diverse, se l’altro non è d’accordo il primo è libero di provvedere da solo e non può richiedere nulla.

Ci vedete qualcosa di complicato, di assurdo, di impossibile in questo sistema?

Io no. E se penso che questo semplice sistema risolverebbe migliaia di conflitti e ridarebbe tranquillità ai bambini, vi assicuro che mi sale un gran nervoso per i deliri che sto leggendo in giro, per i contorcimenti e le retoriche di chi ci mangia sopra. Ma soprattutto sapete cosa cambia rispetto all’indiretto? Che il bambino starebbe più tempo col genitore fino a oggi considerato “visitatore”, usualmente il papà. E col mantenimento diretto papà provvede di suo.

Tutto il resto rimane invariato. Per la mamma le spese non aumentano. E sapete perché? Perché o finora l’assegno veniva corrisposto per fabbisogni reali, oppure tutto il problema e il terrore era di non perdere soldi che non venivano usati per i figli.

Delle due l’una.


Fonte: https://stalkersaraitu.com/2018/09/14/mantenimento-dei-figli-chiariamo-un-po-di-cose-1/

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