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Dalla L. 54/2006 ai nuovi disegni di legge di modifica del Condiviso. Agire anche sul fronte penale

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Dalla L. 54/2006 ai nuovi disegni di legge di modifica del Condiviso. Agire anche sul fronte penale
Il senatore Pillon (Lega)

15/09/2018 - 00:53

Di ALESSIO CARDINALE* - Sono trascorsi ormai più di dodici anni dalla entrata in vigore della legge n. 54 dell’8 febbraio 2006 – c.d. Affido Condiviso – e l’esperienza giurisprudenziale fin qui maturata ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la norma sia stata disapplicata in quasi tutti i tribunali della Repubblica.

Il nuovo impianto normativo, infatti, è stato totalmente disatteso dalla sistematica attività di richiamo, da parte della Magistratura, alle prassi e agli stereotipi culturali dominanti all’epoca dell’affidamento esclusivo. Così, quella che doveva essere una riforma si è rivelata una semplice enunciazione di principi, la cui applicazione pratica è stata boicottata dai giudici di merito (salvo rare eccezioni), a detrimento del diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori.

Facciamo un passo indietro. Nel 2006, dopo circa venti anni di battaglie sul tema della protezione dei figli nelle fasi della separazione dei genitori, la Riforma dell'affodamento dei figli nella separazione giungeva al culmine di un dibattito che aveva ricevuto grande attenzione, grazie anche agli organi di stampa e all’opera instancabile di associazioni di genitori e professionisti del settore. Purtroppo, l’esigenza di far passare la riforma aveva rimandato gli interventi migliorativi a quanto avrebbe suggerito la sua applicazione nei tribunali di merito. In realtà la legge conteneva già dei principi che una applicazione rigorosa da parte della Magistratura avrebbe potuto tradurre in risultati apprezzabili, ma sappiamo bene come è andata a finire...

Da qui, durante le successive legislature, è derivato un corpus di progetti e disegni di legge di modifica della L. 54/2006 dettati dal sostanziale boicottaggio della Riforma da parte della maggior parte dei tribunali. la disapplicazione della L. n. 54/2006 è stata riconosciuta anche dall'ISTAT, ossia dal più autorevole istituto di ricerca nazionale che, con il report 2005 – 2015 (Novembre 2016), ha confermato ciò che le associazioni di genitori separati sostengono da 12 anni, e cioè che la norma viene formalmente applicata nel 90% dei casi, ma contestualmente essa viene aggirata mediante la semplice apposizione del termine ”condiviso” ad un regime mono-genitoriale di permanenza dei figli con ciascun genitore, in aperta violazione del principio di Bigenitorialità universalmente riconosciuto.

La forma più evidente di mancata applicazione della L.54/2006 si intravede con chiarezza in quei provvedimenti in cui l'Affidamento Condiviso viene ancora oggi nominalmente concesso, salvo poi stabilire l'elezione di un genitore “domiciliatario prevalente” o “collocatario” (prassi di origine giurisprudenziale, non prevista dal Legislatore, “sanata” in tutta fretta, senza un necessario passaggio parlamentare, dal c.d. Decreto Filiazione del dicembre 2013) che, di fatto, ha svuotato la nuova norma di ogni effetto, ristabilendo, da un’altra direzione, lo strumento dell'Affidamento Esclusivo anche là dove non sussistono motivi di pregiudizio per il minore.

Nei provvedimenti dei tribunali, il modello dell’affidamento esclusivo è stato riprodotto nei fatti, come nella quantificazione dei tempi di “visita” o nella “facoltà”, anziché nell’obbligo, dei contatti tra i figli ed il genitore “non collocatario”, replicando in concreto il modello di genitore non affidatario riferibile al precedente impianto normativo. Tutto ciò è l’esatto contrario di quanto il Legislatore si era proposto nel 2006, e cioè la sostituzione del modello mono-genitoriale con quello bi–genitoriale.

Inoltre, il perseverare nel ricorso all'assegno, oltre ad attribuire un intrinseco disvalore al genitore che è obbligato a corrisponderlo, produce una mancata individuazione e ripartizione dei compiti di cura da parte del giudice, nonché la percezione di un ingiusto contributo che l'obbligato non dovrebbe all'altro genitore, ma ai figli. Risulta evidente come tale modalità sia all’origine di aspre conflittualità tra le parti; col mantenimento diretto il Legislatore intendeva eliminare alla fonte proprio tale conflittualità, introducendo un sostanziale incentivo alla responsabilità diretta di entrambi i genitori ed eliminando i compiti di cura “per delega”.

Tutti questi anni di mancata applicazione della norma hanno consentito agli esperti della materia di concentrarsi maggiormente sulle esigenze dei figli minori, prime vittime della conflittualità che l’attuale sistema privilegia. Sotto molti aspetti, durante le fasi più cruente della separazione – ed anche in seguito, allorquando sorgono nuovi problemi legati, per esempio, all’attività lavorativa o a nuove organizzazioni familiari (c.d. famiglie allargate) – il minore, e cioè colui che più di tutti necessita di supporto e assistenza, è senza tutela effettiva, in balìa di esigenze che appartengono al mondo degli adulti e spesso sono i contrasto con le sue. In quei momenti così dolorosi, la voce dei bambini rimane totalmente inascoltata, e ciò è una diretta conseguenza di un Ordinamento che, ancora oggi, non favorisce una vera e propria presa di responsabilità da parte dei genitori.

Grazie a questi studi, i disegni e progetti di legge che si sono succeduti via via durante le precedenti legislature hanno riprodotto, purtroppo senza successo, i contenuti e le istanze che oggi determinano un salto notevole nella scala evolutiva della Società Civile in termini di Nuova Genitorialità. Anzi, è evidente che i genitori delle ultime due generazioni abbiano mostrato un cambiamento sensibile nella divisione dei compiti e nell'attitudine a svolgere i compiti di cura dei figli, con un netto spostamento verso i padri nel loro accudimento. Lo vediamo ogni giorno,  questo cambiamento attorno a noi, da almeno venti anni.

Eppure, esiste una fortissima resistenza del sistema a mantenere lo status quo delle separazioni, capaci di creare un ingente produzione di affari per una serie di figure professionali sviluppatesi attorno la conflittualità della coppia.

Eppure, i giudici sono massimamente sordi a queste istanze e, chiusi nella loro torre d'avorio avulsa dalla Società, sembrano vivere in un altra epoca storica.

E continuano a far danni.

Per tali motivi, durante l'attuale Legislatura non sarà sufficiente un solo disegno di legge per risolvere la materia, perchè alto è il rischio che l'opportunità rappresentata da una velocissima calendarizzazione di un solo testo nei lavori parlamentari, possa pregiudicare la buona riuscita dell'intero dibattito nel caso in cui questa venga bocciata o svilita nei suoi contenuti più importanti e irrinunciabili.

Servirà agire anche dalla Camera, e non solo rimestando nel mare magnum del Diritto Civile, ma anche in quello penale, per inasprire le pene previste per reati odiosi (calunnie, false accuse) oggi di fatto non sanzionate, o per introdurre nuove fattispecie di reato.

Serve il contributo di tutti, soprattutto di coloro che vorranno mettere da parte le ideologie a supporto dell'interesse economico che, ricordiamolo, non è solo quello espresso legittimamente da chi lavora con onestà e sensibilità nella catena di montaggio di una separazione, ma anche quello di chi, questo interesse, lo subisce.

Da questo governo, certamente, non ci si aspettano le chiacchere elettorali che ci hanno portati fin qui. Ci si attende determinazione nel  proseguire verso il cambiamento dell'attuale sistema.

In attesa di rivedere in profondità ed equità sociale, prima o poi, anche il regime di responsabilità civile dei magistrati. 

 

 

* Portavoce Nazionale ADIANTUM


Fonte: Redazione

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