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Cassazione: no al tenore di vita. Un primo passo, ma in Italia prevale la Legge

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Cassazione: no al tenore di vita. Un primo passo, ma in Italia prevale la Legge
Cristina Dal Maso

28/05/2017 - 18:06

di CRISTINA DAL MASO - È di pochi giorni fa la sentenza della Suprema Corte di Cassazione che ha fatto scalpore sul web (pur attenendosi ad un principio che avrebbe già dovuto essere considerato pacifico), perché sembra stravolgere i criteri per la determinazione dell’assegno di mantenimento divorzile.

L’art. 156 del codice civile stabilisce che «il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri. L'entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell'obbligato»

Nessuno parla di tenore di vita in questa sede.

Il concetto di «tenore di vita» è stato introdotto dai Tribunali che cercavano di interpretare a cosa volesse riferirsi il legislatore con «adeguati redditi propri».

Con la separazione coniugale, del resto, il vincolo matrimoniale non viene sciolto, ma solo sospeso, lasciando inalterato, in base ad un principio di solidarietà coniugale, il diritto all’assistenza materiale e morale, che può tradursi nel versamento di un assegno, secondo l’art. 156 del codice civile. Infatti, i coniugi potrebbero legittimamente optare per la riconciliazione fino alla pronuncia della sentenza di divorzio, anche se sono giudizialmente separati.

Secondo l’orientamento costante della Cassazione, dunque, l’assegno di mantenimento doveva consentire di conservare lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio.

I giudici, infatti, hanno interpretato l’assenza di «adeguati redditi propri» non tanto come stato di bisogno, quanto come mancanza di entrate idonee ad assicurare il preesistente tenore di vita.

In pratica, la separazione instaura un regime che tende a conservare il più possibile gli effetti propri del matrimonio, compatibili con la cessazione della convivenza e, quindi, anche il «tipo» di vita di ciascuno dei coniugi (Cass. Civ., Sent. n. 18547/2006).

Quindi, in estrema sintesi, l’assegno separativo garantirebbe la continuità economica tra matrimonio e separazione, proprio in virtù del fatto che il matrimonio è ancora validamente in essere.

L’art. 5 della Legge sul divorzio, invece, parla di mancanza di «mezzi adeguati» («con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive»), dando una serie di parametri utili per determinare in primis se il coniuge richiedente l’assegno abbia i requisiti per poter accedere al mantenimento e, poi,  a quanto possa ammontare la somma da erogare.

La prima considerazione che salta all’occhio è che, anche qui, non c’è nulla di certo: come i redditi dovevano essere «adeguati» per la separazione, così lo devono essere adesso anche i «mezzi», e ciò consente indiscutibilmente alla giurisprudenza di far da padrona.

Ed è per questo che le Corti chiamate a pronunciarsi sull’assegno divorzile, introdotto piuttosto di recente in un Paese estremamente cattolico, che considerava il matrimonio quale vincolo indissolubile fino a poco tempo prima, hanno potuto comodamente estendere il principio del tenore di vita anche a questo istituto, benché profondamente diverso.

In questo mare d’incertezza, però, va evidenziata una certezza: se il Legislatore avesse voluto considerare identico il presupposto delle due erogazioni, l’avrebbe fatto, ben potendo richiamare l’art. 156 c.c. o riportandone il testo.

Quindi i «redditi» ed i «mezzi» non possono essere sinonimi, così come separazione e divorzio non sono la stessa cosa.

Come detto, con la separazione il legame matrimoniale si indebolisce tenuamente, ma i coniugi rimangono legati, sì che il mantenimento del medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio può anche avere un senso, a maggior ragione adesso che consideriamo un periodo da sei mesi ad un anno per poter chiedere il divorzio.

Quest’ultimo istituto, invece, ha come scopo proprio la cessazione del matrimonio e dei suoi effetti, per cui utilizzare il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio per valutare l’entità dell’assegno di mantenimento divorzile sarebbe già di per sé un controsenso, prolungando all’infinito i vincoli economici derivanti da un fatto (il matrimonio) che non esiste più proprio a seguito del divorzio. Di ciò dava atto Tribunale di Firenze con l’Ordinanza del 22 maggio, già nel lontano 2013.

Il «nuovo» orientamento della Corte di Cassazione, comunque, era preceduto da altre brillanti sentenze, anche datate, come la n. 11575 del 2001, secondo cui «la determinazione dell’assegno di divorzio, alla stregua dell’art. 5 l. 1 dicembre 1970 n. 898, modificato dall’art. 10 l. 6 marzo 1987 n. 74, è indipendente dalle statuizioni patrimoniali (…) di separazione dei coniugi, poiché, data la diversità delle discipline sostanziali, della natura, struttura e finalità dei relativi trattamenti, correlate e diversificate situazioni, e delle rispettive decisioni giudiziali, l’assegno divorzile, presupponendo lo scioglimento del matrimonio, prescinde dagli obblighi di mantenimento e di alimenti, operanti in regime di convivenza e di separazione, e costituisce effetto diretto della pronuncia di divorzio, con la conseguenza che l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare mero indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire elementi utili di valutazione», così come la pronuncia della S.C. n. 1652/1990, richiamata anche dalla 1860/1993, che arriva ad affermare che «l’assegno di divorzio, stante proprio la sua funzione assistenziale, serve a tutelare l’ex coniuge che si trovi in una debolezza economica tale da non potersi permettere un tenore di vita autonomo e dignitoso, anche se totalmente distaccato da quello che si aveva in costanza di matrimonio».

La recente pronuncia, pertanto, dev’essere valutata come un’ulteriore conferma del fatto che il Legislatore intendesse disciplinare diversamente l’assegno divorzile da quello separativo.

Sull’interpretazione, però, bisognerà sempre tener conto che si tratta solo di una Sentenza (peraltro pronunciata in un caso specifico) e non di una Legge e che, per quanto degna di plauso, offre soltanto un’interpretazione del significato di «mezzi adeguati», suscettibile di essere nuovamente superata da ulteriori e diverse correnti di pensiero.

Va rilevato, inoltre, come questa pronuncia assuma rilievo soprattutto per la peculiare motivazione, che espressamente supera il principio del «tenore di vita» coniugale, sancendo definitivamente la necessità di una totale estinzione degli effetti del matrimonio.

Particolarmente degna di nota, pertanto, è l’affermazione che «non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale. L’interesse tutelato con l’attribuzione dell’assegno divorzile (…) è (…) il raggiungimento della indipendenza economica» (Cass. 11504/2017), il che equivale a dire che l’assegno di mantenimento, in caso di divorzio, va previsto quando il coniuge più debole «non ha mezzi adeguati» per raggiungere «l’indipendenza economica».

Concludendo, si può senz’altro apprezzare la nominata sentenza per l’esaustività e la chiarezza delle motivazioni, ma non va dimenticato, però, che la lettera della Legge rimane incompleta perché l’aggettivo «inadeguati» si apre a qualsiasi interpretazione, se non viene specificato il parametro dell’adeguatezza e, pertanto, potrebbero essere necessari ancora anni per raggiungere il consolidamento del presente orientamento che, a sua volta, potrebbe un domani essere soggetto a ulteriore differente interpretazione.

Va ricordato, infatti, che ci troviamo in un sistema di diritto fondato sulla Legge e non di matrice giurisprudenziale.

 

avv. Cristina Dal Maso


Fonte: Redazione - Avv. Cristina Dal Maso

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Ci sono 2 commenti


11:12  di venerdì 02/06/2017
scritto da  Pino FALVELLI
La mia assurda storia di separazione matrimoniale, come del resto tantissime altre simili, insegnano tante cose. Inutile girarci intorno !

11:03  di venerdì 02/06/2017
scritto da  Pino FALVELLI
Il problema è e rimane uno solo : LA TROPPA DISCREZIONALITA´ dei giudici e la mancanza di precise responsabilità per l´ operato di giudici, avvocati e Servizi Sociali che, troppo spesso, favoriscono donne in evidentissima e documentata malafede. Occorrono urgenti riforme al sistema di malagiustizia imperante ed impunito vigente e ciò deve essere assicurato con adeguate riforme legislative che non lascino più spazi a dubbi. Soltanto eliminando i TROPPI LOSCHI INTERESSI CHE RUOTANO INTORNO ALLE SEPARAZIONI si farà in modo che ci sarà una vera tutela dei minori e delle famiglie.


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