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Ecco il motivo per cui non metto la mia firma per Linda Sabbadini

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Ecco il motivo per cui non metto la mia firma per Linda Sabbadini
Giacomo Rotoli

06/04/2016 - 17:51

di GIACOMO ROTOLI* - E' di qualche giorno fa la notizia che Linda Sabbadini, direttrice del dipartimento delle statistiche sociali dell'ISTAT, lascerà il suo incarico per essere assegnata altrove. Non si sa nulla del perché, ma è probabile si tratti di avvicendamenti interni, che in contesti fortemente burocratizzati procedono per anzianità di servizio (ne sapeva qualcosa Giovanni Falcone).

In rete si è espresso un certo malumore per questo avvicendamento, soprattutto nell'area che si definisce "di sinistra", ma che ha trovato sponde anche a destra come in Mara Carfagna.

Il nome di Linda Sabbadini è legato da molti anni alle ricerce sulle cosiddette "statistiche di genere" (anche se non solo di donne si è occupato il suo dipartimento) e ultimamente alle indagini dell'ISTAT sulla violenza sulle donne, in particolare alla prima analisi del 2006, quella maggiormente citata, nella quale aggregando tutti i dati si giungeva alla conclusione (abnorme, come verrà dimostrato in seguito) che una donna su tre, in Italia, avesse subito violenza nel corso della propria vita.

Sintomatico il tweet di Lorella Zanardo: «#LindaLauraSabbadini #istat maggiore coscienza #donne #violenza aumentata. Ma #femminicidi restano alti».

Non conosco gli altri lavori della Sabbadini (e del suo gruppo di lavoro), ma certamente conosco abbastanza bene le indagini sulla violenza subita dalle donne e anche quella agita dalle stesse donne nei confronti degli uomini, se non altro per averle studiate in vista di altre indagini di cui mi sono occupato insieme ad altri.

Infatti, relativamente all’indagine sulla violenza sugli uomini, per quanto svolta su un campione di circa 1000 casi, i risultati ci dicono che, utilizzando le stesse metodologie che sono alla base delle ricerche sulla violenza contro le donne, questo tipo di indagini tendono a dare sempre dei numeri rilevanti, nell'ordine dei "milioni di casi". Infatti una proiezione su una popolazione generale di alcune decine di milioni di individui, anche se le sue percentuali fossero piccole troverebbe sempre un grande numero di individui che subiscono violenza, dell'ordine dei milioni.

Relativamente alla ricerca sulla violenza alle donne, quella che l'ISTAT raccoglie è una somma totale su un periodo di circa mezzo secolo (visto che i dati sono raccolti nelle classi di età tra 16 e 70 anni). Se vi dicessero che negli ultimi 50 anni ogni anno solo il 6x1000 delle donne ha subito una qualche forma di violenza, sareste altrettanto preoccupati ?(1)

Si può anche essere d'accordo su questo metodo, ma solo pensando che ad esso dovrebbe essere affiancato almeno qualcosa che visualizzi l'evoluzione nel tempo del fenomeno (“è successo lo scorso anno o lo scorso decennio, o ancora prima ?”…). L'indagine ISTAT, invece, si limita al solo ultimo anno, dal quale non è possibile evidentemente tracciare un andamento temporale significativo.

Un'altro difetto generale è la mancata misura dell'intensità della violenza:

 

è una violenza ripetuta ?   

Se sì, quante volte ripetuta ?

O si tratta di un unico episodio accaduto nell'anno 1960, o 1979, o 1986 ?

La violenza è stata commessa dallo stesso individuo o da più individui ?

 

Non ripeterò qui le critiche generali all'impostazione dei questionari dell'ISTAT e al modo di presentazione dei dati che mescola come sappiamo diverse forme di violenza (tanto da indurre molti giornali a parlare di una donna su tre che avrebbe subito violenza sessuale !) perché sono riportate altrove in molte eccellenti analisi (tra tutte quella che dobbiamo a Fabio Nestola, che studia da anni questi fenomeni senza avere certamente i mezzi di cui dispone l'ISTAT). Mi limito a notare solo un'altra cosa che mi lascia perplesso: perché in questo studio, come avviene da sempre in ogni analisi statistica autorevole, non si è mai confrontato il dato di genere col dato nella popolazione generale ? (Popolazione generale che ovviamente include anche la violenza tra uomini o tra donne oltre a quella delle donne sugli uomini, sempre che vogliamo limitarci a considerare solo due generi).

Non so quanta parte ha avuto Linda Sabbadini nel definire i parametri di queste. Certamente, come direttore del dipartimento, è lei il responsabile finale delle scelte che sono state fatte. Peraltro, il suo riconosciuto e citato ruolo internazionale nella definizione dei parametri di questo tipo di indagini mi induce a pensare che la sua influenza sull'ideazione delle procedure sia stata non certo trascurabile.

Io ritengo che le indagini sono state fatte in questo modo per via di motivazioni ideologiche. Sarebbe troppo lungo in un breve editoriale trattare il  tema complesso dell'interazione tra scienza e ideologia, appare però evidente che vi sia stata una tendenza a omettere certe analisi, e presentare i risultati in modo tale da portarli all'attenzione dei media con il considerevole impatto che poi hanno avuto.

Infatti, il clima generale di questo particolare periodo storico induce ad una devalutazione del ruolo maschile e ad un'affermazione di una sorta di superiorità femminile. Al maschile è attribuita la violenza, la crudeltà, la guerra e tutto il male del mondo. Si sprecano bizzarre teorie (basti pensare a quella di Vittorino Andreoli, certo non un femminista, che sostiene che anche la donna è violenta ma lo è perché assume un ruolo maschile) che ricercano un fondamento a queste idee, ma in tutte si intravede chiaramente la totale assenza di una solida base scientifica. E’ sulla base di queste teorie, purtroppo, che lo Stato Italiano ha fatto passare leggi e provvedimenti di genere, come ad esempio la legge sugli atti persecutori o "stalking".

La domanda è: queste leggi (ricordo anche il decreto sul c.d. femminicidio la cui reale efficacia è molto discutibile) hanno veramente mostrato una via, hanno aumentato la coscienza del fenomeno e aiutato le donne a percepire davvero il pericolo di un rapporto violento ?

Sulla base dei fatti di cronaca la risposta negativa sembra la più appropriata. Probabilmente, uno dei motivi di base degli omicidi di donne è in molti casi semplicemente la patologia psichiatrica dell’omicida, così come accade negli assassinii commessi dalle donne (es. negli infanticidi e non solo). Ma se questa probabilmente rappresenta quel rumore di fondo ineliminabile c'è qualche altra spiegazione possiamo dare della c.d. violenza di genere?

Così come il fenomeno del terrorismo islamico in Francia e Belgio appare strettamente legato all'emarginazione e alla piccola criminalità violenta delle periferie e molto meno all'Islam, lo stesso si potrebbe dire della violenza “tra i generi” (ovvero uomo vs donna ma anche donna vs uomo), perché questa è certamente acuita dalla mancanza di prospettive, dall'abbandono del territorio da parte di quello che era lo Stato Sociale, dall'emarginazione e dall'esclusione. La violenza la si apprende fin da piccoli vivendo in ambienti violenti, dove per poter sbarcare il lunario si deve lottare con tutte le proprie forze.

Certamente la violenza emerge più facilmente in una società come la nostra, fondata sul culto del denaro e del possesso di cose e di individui (si parla di neoschiavismo, anche se si tratta più precisamente di un ritorno ad una servitù pre-fordista). Ridurre la violenza di genere, implica ridurre anche la violenza generale, ridurre la povertà, ridurre l'emarginazione e l'esclusione. Ridurre anche la paura del crollo individuale e sociale che tanta parte ha nel nostro immaginario attuale, dominati dalla paura di fallire rischiamo di diventare una particella  impazzita. Ma per far questo occorre lottare per una società giusta ed equa. Finché non otterremo questo, eliminare la violenza in generale per mezzo di norme e leggi è illusorio.

La violenza di genere è un fenomeno complesso coinvolge anche terzi come i minori: alle volte si agisce violenza per i figli, o per non avere i figli, oppure, altre volte, i figli non c'entrano nulla, o si fa violenza anche sui figli. Al limite si uccide: figli, partner, anche parenti, spesso per motivi apparentemente futili, che denotato una crisi valoriale profonda. Come presidente di un'associazione che si occupa a livello nazionale di tutela dei minori la preoccupazione per la violenza esperita dai figli minori dovrebbe anche questa essere tra le prime, eppure di questi "invisibili" non si parla quasi mai, nemmeno si conosce esattamente il numero dei minori accolti nelle case-famiglia sul territorio, se siano vittime di maltrattamenti o se siano semplicemente minori che le famiglie non possono mantenere. Sarà perché come diceva qualche bravo operatore “i bambini non interessano a nessuno” (certo non votano, non hanno una lobby o un partito). Sarà perché – guarda un po il caso… - fino a otto anni di vita il maggior pericolo di maltrattamenti per il figlio proviene dalle madri e non dai padri ?

Di tutte queste riflessioni, ne sono certo, è consapevole chiunque le abbia sottaciute in nome di una certa ideologia femminile (da alcuni definita “donnista”) che mira ad una supremazia di genere, del tutto simile a certe battaglie che in nome di una razza hanno costituito la base per lo sviluppo incontrollato del pensiero antisemita.

Per questi motivi non firmerò alcun sostegno morale per Linda Sabbadini.  

 

(1) Affermazione equivalente a quella che una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza (nel corso degli ultimi 50 anni).

 

Presidente Nazionale ADIANTUM


Fonte: Redazione - Giacomo Rotoli

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C'è 1 solo commento


13:22  di lunedì 09/05/2016
scritto da  Fabio Nestola
no Giacomo, sbagli
Devi firmare l´appello per reintegrare la Sabbadini al suo posto, altrimenti come faremo ad avere le statistiche sul 163% di donne vittime di violenza fisica e 131% vittime di violenza sessuale?
In realtà sarebbero 72.000.000 le vittime solo in Italia, ma risultano solo 7.000.000 perché si sa che la maggior parte non denuncia
FN


1


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