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Cognome materno ai figli: la rivoluzione forzata che non piace neanche al PD

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Cognome materno ai figli: la rivoluzione forzata che non piace neanche al PD
La discussione ieri alla Camera

17/07/2014 - 09.28

"Penso sia necessaria una pausa nella discussione in quanto la legge sovverte regole millenarie. È un cambiamento culturale impensabile anche soltanto fino a poco tempo fa, tocca la sensibilità di tutti perciò mi pare normale che in una discussione molto accesa si voglia prendere qualche giorno di approfondimento per convincere chi non la pensa come noi".

A parlare è Laura Garavini, deputata del PD che si pone tra coloro che, per strategia politica (la fronda del partito democratico al momento è piuttosto attiva) o per correttezza istituzionale verso chi non è d'accordo sulla questione del cognome materno, chiede un approfondimento della discussione.

Insorge Michela Marzano (PD), che è furiosa: "Mi sento tradita dal partito. Se alcuni parlamentari democratici sono contrari al cognome materno ai figli allora dovrebbero chiedersi cosa ci stanno a fare nel Pd. Questo si chiama maschilismo".

La Marzano è la relatrice della legge che, se approvata, abolirebbe l'obbligo di dare il cognome paterno ai figli: i genitori potrebbero avere la libertà di registrare all'anagrafe il cognome di entrambi, soltanto quello del padre o soltanto quello della madre. Approvato all'unanimità in commissione Giustizia, il testo definito dagli entusiasti "rivoluzionario" è approdato alla discussione dell'aula dove a sorpresa è stato sospeso dalla maggioranza a data indefinita, nonostante l'iter fosse a un passo dal voto finale.

Cosa è successo. Il c.d. Comitato dei nove si è riunito per esprimere un parere sulla legge contro la quale si sono scagliati i Fratelli d'Italia con Ignazio La Russa (che ha chiesto il rinvio in commissione), ma anche Rocco Buttiglione (Popolari per l'Italia) e Paola Binetti (Udc), e molti deputati di Forza Italia - compresa Stefania Prestigiacomo, ma anche Eugenia Roccella e Alessandro Pagano del Nuovo Centro Destra, secondo la quale "la misura porterà caos e conflitti nelle famiglie".

Una interpretazione impeccabile viene fornita da Andrea Colletti, del M5S e membro della commissione Giustizia, che spiega come per i pentastellati "la norma è importante ma avremmo preferito che l'aula approvasse una legge sulla corruzione o sul reddito minimo di cittadinanza". E sulle ragioni che hanno portato alla sospensione della discussione sul cognome materno Colletti è lapidario: "...chiaramente molti deputati Pd e berlusconiani non conoscevano il testo, passato in sordina sotto i loro occhi e improvvisamente sbucato questa mattina sui loro scranni. E dunque hanno cominciato a protestare".

Una forzatura, dunque, un testo non condiviso di cui nessuno sentiva l'urgenza, portato avanti per sovvertire un equilibrio che non andrebbe disgregato solo per le necessità di una chiarissima ideologia.

Certe rivoluzioni silenziose si fanno d'estate, oppure verso l'ultimo dell'anno, magari con la complicità di una commissione compiacente che metta il sigillo anche sulle porcate. Del resto, col gran caldo i deputati fanno già la spola tra Roma e le località di villeggiatura, e non hanno la giusta concentrazione.

Il cognome materno ai figli fa paura - bisogna dirlo - e non per il timore di perdere una posizione sociale e una cultura familiare che, in ogni caso, hanno portato avanti l'Italia, e neanche per la preoccupazione di perdere una posizione di "preminenza sociale" degli uomini verso le donne. La discussione in aula di una legge invisa alla maggioranza degli italiani mette paura perchè è una forzatura di cui non si sente il bisogno, e rientra a pieno titolo nel novero di quelle iniziative di genere - ripetiamo: sorrette preminentemente da una ideologia, e non da necessità sociale - che stanno sovvertendo anche il buon senso e le regole più elementari dell'approfondimento politico: testi esaminati da una commissione che non legge bene i contenuti, salvo poi dire "scusate, non ci eravamo accorti...".

Il testo è certamente da rivedere, sopratutto nella parte in cui si prevede il c.d. "riconoscimento tardivo", per il quale è necessario l'accordo della madre e del figlio, qualora quattordicenne. E' un passaggio chiaramente strumentale a certe lobbies che tentano di scartare la paternità quale elemento necessario per la nascita e la crescita del minore. Inoltre, questo comma mette al riparo proprio quelle madri che si separano in corso di gravidanza e costringono i padri a "inseguire" il sogno di una paternità che, con questa norma, diventerebbe irrangiungibile.

Di più, è un comma assolutamente contrario all'interesse del minore, per il quale il riconoscimento paterno, anche tardivo, è sempre un bene, anche per gli evidenti benefici economici che, per il bambino, possono derivare dall'avere non uno, ma due genitori responsabili.


Fonte: Redazione

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