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Autonomia e indipendenza non siano per i magistrati motivo di autogestione

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Autonomia e indipendenza non siano per i magistrati motivo di autogestione

04/07/2014 - 15.06

di Marcello Adriano Mazzola - E' indiscutibile come autonomia e indipendenza dei magistrati siano un bene prezioso, da salvaguardare nell’interesse di tutti. E della stessa democrazia. Soprattutto in un Paese come il nostro, in cui la politica ha fagocitato quella stessa democrazia, ha affamato il popolo ed ha creato forti disuguaglianze e demolito la classe media, rendendo assai più ricchi i già ricchi (il 10% detiene oltre la metà della ricchezza nazionale) e assai più poveri tutti gli altri.

Ma è altrettanto vero come autonomia e indipendenza non debbano significare impunità, irresponsabilità, autogestione. Tutto ciò che invece pare sorregga la magistratura da molto tempo. Nonostante vi siano magistrati di assoluto valore, indipendenza, onestà intellettuale capacità, passione, rigore morale.

Ricordiamo che a fronte di circa 8.000 magistrati togati ve ne sono almeno altrettanti onorari (c.d. non togati). Se due poteri (esecutivo, legislativo) tentino di demolire il terzo, lo sdegno della magistratura è pienamente giustificato.

Ma questo impone anche reciprocità.

Ed è in questo delicato equilibrio che dovrebbe sempre oscillare ogni discussione. In breve: sarebbe aberrante se fosse possibile agire con disinvoltura contro un magistrato (durante la pendenza del procedimento per il quale si intende contestargli la r.c.); ma altrettanto aberrante è il contrario, ove si consentisse al magistrato di sottrarsi con altrettanta disinvoltura dalla r.c. nella quale sia incorso.

Oggi non è possibile la prima aberratio ed è un bene, ma si realizza facilmente la seconda aberratio e ciò non è un bene (“Responsabilità processuale”, Utet, 2013). 

Non molto tempo fa, in tale percorso riformatore (Rc magistrati), il Governo Monti venne battuto alla Camera dove, con il parere contrario dell'esecutivo e del comitato dei nove, venne approvato a scrutinio segreto un emendamento del leghista Pini, con 264 voti favorevoli e 211 contrari. L'emendamento rivedeva la legge c.d. Vassalli (n. 117/98) prevedendo che "chi ha subìto un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale”. Il testo prevedeva poi che per verificare se "sussiste una violazione manifesta del diritto, deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell'errore di diritto".

L’emendamento alla legge comunitaria sanciva l’estensione della responsabilità civile dei magistrati ed aveva aperto una feroce discussione, viziata però da ipocrisia, da entrambe le parti, seppur in misura diversa. L’ipocrisia della politica è palese, perseguendo da tempo il tentativo di assoggettare e condizionare l’operato della magistratura, volendo asservirla, intimidire, ammonire con l’avvertimento che “se osi troppo ti farò causa e ciò sarà costoso, dispendioso e pregiudizievole per la tua carriera”. In tal senso era certamente inteso l’emendamento che consentiva l’azione diretta verso “il soggetto riconosciuto colpevole”, ergo il magistrato. Vi è tuttavia ipocrisia anche da parte della magistratura, la quale, se da un lato si è ben seduta al banchetto della distruzione dell’avvocatura (il secondo pilastro della giustizia) con l’alibi della deflazione dei processi, si erge immediatamente a leone feroce ove si tocchi la sua veste di impunità, senza un minimo di autocritica.

L’emendamento Pini pretendeva che non fosse più solo lo Stato a rispondere degli errori commessi dal magistrato ma che vi fosse la responsabilità diretta del giudice, con conseguente risarcimento del danno. Il rimedio, si è sostenuto, sarebbe peggiore del male, ma ciò che si continua ad ignorare è che in Italia vi sia una voluta, malcelata e costante applicazione distorta della legge Vassalli, rendendola di fatto inapplicabile pur dinanzi a casi di manifesta responsabilità dei magistrati.

Occorre quindi essere onesti nella discussione, evitando di imbrigliare il fondamentale ruolo della magistratura, per la democrazia e per la tutela dei diritti, ma al contempo uscire dall’ambiguità della indiscutibile sussistenza della responsabilità dei magistrati, che però nel concreto non sussiste. In termini di risarcimento, "sia la legge del 1988 sia quella proposta dal governo, sono carenti. Entrambe prevedono un limite alla restituzione allo Stato da parte del magistrato: fino a un terzo dello stipendio annuo (la legge dell’88) e nella misura di uno stipendio annuo (la legge nuova). Insomma, lo Stato può pagare 100 milioni di euro per via di un errore (grave, inescusabile, una cazzata) commesso dal magistrato; ma questi gli restituisce al massimo 60.000 euro (in media il suo stipendio annuo). Questo è inaccettabile. Nessun cittadino gode di una tutela del genere. Stiamo parlando di colpa grave, di errori inescusabili, violazioni di legge che nessun giudice dovrebbe mai commettere. Se le commette paghi; così come paga il medico che lascia la pinza nella pancia del paziente o l’ingegnere che sbaglia i calcoli del cemento armato, ragion per cui il ponte crolla. E non si venga a dire che, in questo modo, il giudice sarà intimidito dai potenti; è solo che non deve fare cazzate. Invece deve farsi una buona assicurazione. Che non sarà cara: ricordiamoci che si sta assicurando per le cazzate, non per opinabili interpretazioni di legge.” (Tinti 2012, 1 ss.).

Contestualmente sono invece apparse critiche ben più feroci da parte della magistratura e, mi sia consentito dire, forse anche intrise di posizioni corporative, pur se fondate su argomentazioni a contrario ineccepibili, perlomeno nella parte in cui si osserva che la responsabilità dei magistrati non è certo l’unica ad essere “ristretta”. Oltre ai magistrati, ci sono almeno due categorie di cittadini che non pagano “di tasca propria”. Il personale direttivo, docente, educativo e non docente delle scuole materne, elementari, secondarie e artistiche risponde dei danni provocati dagli alunni soltanto in caso di dolo o colpa grave nella vigilanza degli stessi. La causa si propone contro lo Stato che, se ha torto, paga. E poi, sempre che esistano dolo o colpa grave, si può rivalere sul singolo, dirigente, insegnante o bidello che sia. Motivo: evitare che la scuola, della quale si riconosce la preziosa, essenziale funzione sociale, diventi una palestra di ritorsioni.

Quanto alla seconda categoria di cittadini che “non pagano di tasca propria”, ne fanno parte gli amministratori dei partiti politici, i quali, in virtù di un articolo della legge sul finanziamento, “rispondono delle obbligazioni assunte in nome e per conto del partito solamente nei casi di dolo e colpa grave”. A pagare per il partito insolvente, in altri termini, è lo Stato. Che adempie alle obbligazioni dei partiti attraverso un fondo di garanzia costituito presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze, per la precisione presso il Dipartimento del Tesoro. Motivo: il riconoscimento del ruolo centrale dei partiti nella vita politica.

"Scuola e partiti sono dunque essenziali al funzionamento della società, e godono di un regime particolare. I giudici no.” (Cataldo 2012, 1 ss.).

Altrettanto ragionevole appare l’ulteriore argomentazione inerente l’errore giudiziario: “Quarto argomento: dolo e colpa grave non bastano. Deve essere sanzionato l'errore giudiziario in sé. E infatti l'emendamento Pini introduce la categoria della “violazione manifesta del diritto” come fonte della pretesa di risarcimento. Osservazione di buon senso: il concetto di “manifesta violazione del diritto” è un motivo di ricorso in Cassazione. L'ultimo grado di giudizio esiste proprio per questo, per porre rimedio, all'interno del sistema, ai possibili deficit interpretativi delle norme. Per dirla in termini d'altri tempi, la famosa funzione “nomofilattica” della Cassazione. Qui l'emendamento Pini smaschera il suo autentico sostrato culturale. Lo fa nella parte in cui prevede l'abrogazione di un'altra norma, quella che esenta il giudice da responsabilità per “l'attività di interpretazione di norme del diritto e valutazione del fatto e delle prove”.

Il diritto secondo l'on. Pini è mera applicazione della legge. Tesi antica e quanto mai controversa, cara, per intenderci, a Robespierre: in era cibernetica la si potrebbe declinare affidando il giudizio alle macchine e mandando l'uomo a casa. Ci sarà pure un motivo se ancora non ci siamo arrivati.” (Cataldo 2012, 1 ss.).

Altro argomento: l'ampliamento della responsabilità ci viene imposto dall'Europa. Falso, e decisamente tendenzioso. Gli organismi consultivi del Consiglio d'Europa, a partire dalla Carta di Strasburgo del 1998, raccomandano a tutti gli Stati membri di evitare la citazione diretta in giudizio del magistrato, e sconsigliano l'adozione di formule vaghe e indeterminate come “negligenza grossolana” e via dicendo.

Ultimo argomento: il popolo vuole che il giudice paghi di tasca propria. Vero. Contro questo argomento c'è poco da opporre. Trent'anni di bombardamento mediatico hanno scavato a fondo nelle coscienze degli italiani. Da che mondo è mondo ogni processo è una scelta fra due parti. Alla fine c'è sempre chi vince e chi perde. Da che mondo è mondo lo sconfitto se la prende con il giudice che gli ha dato torto. Da domani avrà al suo fianco, in questa nobile battaglia, la legge.” (Cataldo 2012, 1 ss.).

Quello che risulta assente in tale critica è, appunto mi sia consentito il gioco di parole, l’autocritica. Ossia la presa di coscienza o l’esternazione della consapevolezza che la legge Vassalli è stata volutamente applicata in modo talmente restrittivo da renderla di fatto inapplicabile. Per discutere di responsabilità occorre difatti che quanto meno le regole sulla responsabilità vengano de plano applicate. "....Non può accadere che lo spauracchio delle quasi automatiche sanzioni disciplinari per i suoi inevitabili ritardi spinga il magistrato, stritolato da carichi eccessivi e dall’assenza di supporti adeguati, a scegliere di svolgere in modo più burocratico la propria funzione, contraendo la produttività o la qualità del proprio lavoro, a tutto beneficio della puntualità?” (Mastroberardino 2012, 206 ss.).

La storia ci ricorda che dopo la pronuncia della Corte costituzionale n. 2/68 si tenne il referendum abrogativo l’8.11.87, - sulla scia del “caso Tortora” – e l’80% si pronunciò in favore dell’abrogazione del d.p.r. n. 497/1987, limitativa della responsabilità civile dei magistrati. Venne così poi approvata la l. 13.4.1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), che disciplina ancora oggi la materia. Normativa che tuttavia ha corrisposto solo in parte all’intento dei promotori del referendum abrogativo, prevedendo una responsabilità diretta dello Stato e soltanto indiretta del magistrato, previa rivalsa dello Stato. E solo per dolo o colpa grave (i cui casi sono specificati dall’art. 2, comma 3).

L’impressione è che – come spesso accade in Italia e forse solo da noi – il risultato referendario sia stato tradito, così come hanno poi dimostrato i numeri e l’applicazione della l. 117/88. Tanto la legge n. 117/88 quanto la giurisprudenza sono risultate restrittive. Ciò rende quasi impossibile arrivare ad accertare la responsabilità civile (comunque già indiretta) del magistrato. Tale chiusura è stata certificata dalla Corte di Giustizia UE, che già 10 anni fa ci ha bacchettato, sottolineando l’insufficienza della normativa (Corte giustizia UE, 30.9.03 n. 224, causa C-224/01, Köbler contro Repubblica d’Austria, dejure). Ciò è avvenuto nuovamente (Corte giustizia UE, 24.11.11 n. 379, causa C-379/10, Commissione europea contro Repubblica italiana, dejure), ribadendo che la normativa e la posizione della Corte di Cassazione sono contrarie (perlomeno) ai principi comunitari in materia.

Tuttavia la magistratura depreca ogni revisione della l. n. 117/88 (CSM, «Delibera in merito alle recenti proposte di modifica dell’attuale normativa che regola la responsabilità civile dei magistrati», 28.6.11, http://www.csm.it/circolari/110628_6.pdf), e l’equazione «indipendenza-immunità» che il potere giudiziario pretende ha ammorbato ogni spinta riformista e l’effettivo accertamento della responsabilità del magistrato.

L’indipendenza del magistrato diviene così un vero e proprio dogma insuperabile.

La disciplina del 1988 si applica a tutti gli appartenenti alle magistrature ordinaria, amministrativa, contabile, militare e speciali, nonché, pur con qualche limitazione, agli estranei che partecipano all’esercizio della funzione giudiziaria (ad esempio, i giudici popolari, gli esperti della sezione agraria, i componenti laici dei tribunali militari). Lo Stato ove chiamato a risarcire il danno, a sua volta avrà la possibilità di esercitare un’azione di rivalsa nei confronti del magistrato. Il legislatore ha in particolare quivi predisposto la c.d. «clausola di salvaguardia» che considera l'attività giurisdizionale in senso stretto, ricondotta all'attività di interpretazione di norme di diritto ed a quella di valutazione del fatto e delle prove: “2. Nell'esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l'attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove.” (art. 2, comma 3).

Tale ultima previsione ha comportato notevoli difficoltà nell’individuazione del confine tra l’attività interpretativa non sanzionabile e le ipotesi suscettibili di responsabilità per colpa grave, specialmente quella per violazione di legge. E’ giusto dunque affrontare tale materia con la visione lungimirante di chi sa e vuole affrontare la riforma della giustizia, organicamente, ben sapendo che senza una giustizia efficiente non vi sia alcuna tutela dei diritti.

Uno Stato-legislatore saggio ne è consapevole e si adopera per rimediare a tutto ciò. Per riformare occorre partire anche dallo stato di fatto e dalla realtà storica: l’accertamento della responsabilità civile dei magistrati in Italia è pressoché virtuale come dimostrato dai numeri irrisori. La responsabilità disciplinare dei magistrati (anch’essa irrisoria) è gestita dal correntismo del CSM e non secondo criteri oggettivi e rigorosi.

All’avvocatura tutto ciò è noto da tempo e, dinanzi a manifeste fattispecie di responsabilità dei magistrati, essa sconsiglia i clienti di procedere in tal senso poiché l’obiettivo è pressoché irraggiungibile.


Fonte: Tratto da “RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI: VIRTUALE O REALE?” - www.personaedanno.it

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Ci sono 4 commenti


12.01  di giovedì 17/07/2014
scritto da  Max
Sono d´accordo su alcuni punti, ma mi permetto di dissentire sulla questione che riguarda il fatto che in una causa c´è uno che perde e quindi è chiaro che farà causa al giudice che gli ha dato torto.
Il fatto che uno faccia causa al magistrato non mi pare che voglia dire che il magistrato sia colpevole, esiste la presunzione d´innocenza per un cittadino normale, bene esiste anche il magistrato!Dovrà celebrarsi un "processo"? di cosa dovrebbe aver paura il magistrato? Se lui è sereno di aver lavorato bene è tranquillo che sarà assolto!A me pare che usare la scusa che il magistrato sarà giudicato per i suoi atti sia solo una scusa per coprire le innumerevoli lacune del sistema. Se domani si cominciasse a valutare le responsabilità si potrebbe scoperchiare un vaso di pandora!Una sorta di ciclone tipo tangentopoli e dopo aver fatto fuori i partiti si arriverebbe a dimostrare che l´intero sistema giudiziario è a dir poco schifoso ed inutile!A me pare che i ricchi ed i potenti alla fine,nonostante le attuali norme la facciano sempre franca, anche quando si potrebbe trattare di "ingiustizia"! Ma il cittadino comune? Lui si che paga pesantemente i danni della malagiustizia!E se intorno al potente c´è un clamore ed un attenzione mediatica che non può che spingere i magistrati a vedere bene le cose, cosa succede se un pincopallino è sotto processo? Niente riflettori, niente possibilità di denunciare le gravi omissioni, anche i pregiudizi che emergono durante le udienze! Cose che però rimangono nelle segrete stanze!
Veniamo al punto in cui si parla di manifesta violazione del diritto per il quale il problema sarebbe risolto dalla Cassazione! Ma vogliamo scherzare!!Ma quale soluzione!Sul diritto di famiglia in particolare, la corte ha mostrato tutti i suoi limiti culturali ed i suoi pregiudizi! Emettendo sentenze contrastanti e intrise di discriminazioni di genere!Dice bene l´amico Mazzola quando afferma che non si può pretendere di mettere dei PC a giudicare, ma qui si tratta di vere e proprie riscritture normative!Con prove alla mano posso dimostrare come la magistratura sia in grado di riscrivere le norme in violazione dell´indipendenza dei poteri!
1) La legge sull´affidamento condiviso stabilisce dei principi ed usa parole con un significato bene preciso circa i diritti dei minori! L´intento del legislatore era quello di produrre cambiamenti di provvedimenti e decisioni! Ci sono state? No!!!!!
Le decisioni rispecchiano quelle prima della legge!!!
Come ha risolto la questione la Cassazione?
Dicendo che la legge 54/2006 non impedisce che il figlio sia collocato prevalentemente presso uno dei due genitori e non stabilisce neanche quanto debba essere tale sbilanciamento!Questo è lasciato all´insindacabile giudizio del giudice!!!
Capito si, che finezza!!!Nella legge non ci devono essere numeri che impongano di prendere certi provvedimenti,così visto che nn ci sono numeri esatti ma concetti opinabili loro possono dire che non gli è espressamente vietato decidere come gli pare!!!!
Il cerchio quindi si chiude,la pietra tombale è proprio della Cassazione, che composta da persone di una mentalità vecchia come il cucco, si permettono di reinterpretare le norme a modo loro!

2)Tutti hanno presente la famosa legge di equiparazione dei figli!! Da chi era composta la commissione bianca? Chi è stato chiamato come membro di punta? Una certa Giudice Velletti!!!Magistrato in carica ed operante alla sezione famiglia del tribunale civile di Roma!!!
Cosa è uscito fuori da quella commissione?
Una normetta che stabilisce che il figlio deve avere una Residenza abituale!! Ovviamente la Velletti richiamata sul punto butta acqua sul fuoco e sciorina concetti di residenza di fatto e non vede in questa normetta l´autorizzazione ai magistrati di collocare secondo norma il figlio presso il genitore madre!!
Visto che dal 2006 ad oggi tutte le critiche erano incentrate su questo abuso,compare una normetta che vedrete come i magistrati (vedasi punto 1) sapranno utilizzare per coprire il loro operato!
Ma poi dove si è visto mai che i magistrati, nell´esercizio delle proprie funzioni partecipino alla stesura delle norme!!!!
Se si deve parlare di indipendenza allora che i magistrati stiano nelle loro stanze a lavorare e non nelle commissioni o nei parlamenti a scrivere le norme nel modo in cui loro le vogliono applicare!
Ma come la responsabilità civile va in contrasto con l´indipendenza nessuno nota che loro stanno nelle stanze dei bottoni, mentre dovrebbero essere solo esecutori delle norme!??

12.32  di domenica 06/07/2014
scritto da  TIZZANI GIUSEPPE
Ho conseguito la V° elementare (e quindi sono consapevole della mia "Ignoranza" (e della mia poca conoscenza di nozioni giuridiche) ma appunto per questo (alla luce della realtà attuale) sarei curioso di capire quali possibilità vengono lasciate a chi(sfortunatamente) incappa nelle maglie dell´incontrastato ed "arrogante Potere" di quei magistrati che frequentemente sconfinano fino ad ignorare quelle stesse leggi a cui sono preposti ad osservare ed a far rispettare e che dall´alto del loro incontrastato potere negano(di fatto)a quanti hanno la sfortuna (o "L´arroganza poiché non si piegano ai loro ricatti) di cadere nelle loro grinfie. chi è preposto a tutelare il cittadino quando si verificano fatti del genere? se la risposta è un´altro giudice è passibile di sospetto di poche garanzie, infatti (come già accade oggi questi si arrogano a giudici ed accusatori negando all´accusato ogni possibilità di difesa(e quindi di un equo processo)poiché data la posizione assunta da questi ultimi "il verdetto è già scontato".

12.46  di sabato 05/07/2014
scritto da  TIZZANI GIUSEPPE
Ho conseguito la V° elementare (e quindi sono consapevole della mia "Ignoranza" (e della mia poca conoscenza di nozioni giuridiche) ma appunto per questo (alla luce della realtà attuale) sarei curioso di capire quali possibilità vengono lasciate a chi(sfortunatamente) incappa nelle maglie dell´incontrastato ed "arrogante Potere" di quei magistrati che frequentemente sconfinano fino ad ignorare quelle stesse leggi a cui sono preposti ad osservare ed a far rispettare e che dall´alto del loro incontrastato potere negano(di fatto)a quanti hanno la sfortuna (o "L´arroganza poiché non si piegano ai loro ricatti) di cadere nelle loro grinfie. chi è preposto a tutelare il cittadino quando si verificano fatti del genere? se la risposta è un´altro giudice è passibile di sospetto di poche garanzie, infatti (come già accade questi oggi si arrogano a giudici ed accusatori negando all´accusato ogni possibilità di difesa(e quindi di un equo processo)poiché data la posizione assunta da questi ultimi "il verdetto è già scontato.

08.26  di sabato 05/07/2014
scritto da  gerardo spira
Vero! Il problema resta. Se vogliamo una società responsabile in tutti i settori, è necessario che tutti i cittadini nel trattare la cosa pubblica, la cosa di tutti, agiscano , pur nell´indipendenza ed autonomia, con spirito di responsabilità.L´errore è possibile ma l´imperizia, la negligenza e l´ignoranza no. E soprattutto la magistratura deve inchinarsi di fronte al supremo principio del diritto e della giustizia e non assumere comportamenti arroganti e autoritari. Il magistrato non veste la forza della legge ma l´amministra e ciò deve avvenire con estremo rispetto del cittadino che gli sta di fronte. Il magistrato , Manzini ripeteva, è l´occhio della legge e per questo nelle sue indagini deve garantire il principio della presunzione di innocenza. Quando non lo fa, è responsabile dell´azione e questa inadempienza, grave, non può pagarla lo Stato, nel caso di riconosciuta innocenza. Il problema è di natura culturale e con tutto il rispetto per i magistrati onesti, preparati e capaci, non credo che la magistratura oggi abbia assunto questo elevato e distaccato valore. L´indipendenza e l´autonomia riguardano l´organizzazione,ma non i procedimenti o le azioni processuali. Questi formano il contenuto di comportamenti assunti sotto la responsabilità strumentale e culturale del magistrato.E gli errori purtroppo fanno parte della decisione assunta in nome del popolo italiano.


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