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Cassazione: inviare un esposto contro un legale equivale a diritto di critica

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Cassazione: inviare un esposto contro un legale equivale a diritto di critica

28/06/2013 - 22.34

L'importante è che non abbia contenuti diffamatori e/o offensivi. La Cassazione si è recentemente pronunciata su una materia delicata, che spesso abbiamo trattato nel diritto di famiglia e in tutti gli episodi in cui una delle parti - e a volte entrambe - non si sono sentiti tutelati: perdita di chance, accordi non desiderati con il legale di controparte, scarsa attenzione alla causa, ritardi nella presentazione delle istanze, udienze saltate....L'elenco è lungo, anche se l'esperienza insegna che gli avvocati, nella maggior parte dei casi, ce la mettono tutta.

"Errare humanum est", dicevano i latini, e la buona fede va riconosciuta a tutti. Esiste, però, una sacca di professionisti che, a ben vedere, disonorano i meriti della maggioranza: attitudine al litigio, esacerbazione del conflitto per scopi economici (le cause durano di più), richiesta di parcelle esose e, spesso, impossibili da sostenere. Le vicende giudiziali di famiglia sono piene di fatti e contesti in cui queste pratiche sono tutt'altro che rare. In più, fino ad oggi, chi si è permesso di segnalare al consiglio dell'ordine competente uno o più comportamenti scorretti, si è visto recapitare diffide e denunce per diffamazione (alla velocità della luce), che hanno l'effetto di scoraggiare e impaurire coloro che si ritengono danneggiati da un infedele patrocinio.

Ma come fare, in tutti quei casi ? Tenersi il danno, senza avere voce in capitolo ?

Molti lo hanno creduto, e tanti lo credono ancora. Così è intervenuta la Cassazione, con la sentenza del 15 febbraio - 26 giugno 2013, n. 28014 (sez. V Penale, Presidente Dubolino - Relatore Guardiano), che ha chiarito una massima:

"Se non sono state usate espressioni direttamente e smodatamente offensive, nei confronti dei querelanti, ma solo dubbi e perplessità, che, seppure manifestatisi infondati, non travalicano il confine di un corretto esercizio del diritto di critica, ricorre la generale causa di giustificazione ex art. 51 c.p., quale esercizio di un diritto di critica costituzionalmente tutelato dall'art. 21 della Carta Costituzionale, che è da ritenere prevalente rispetto al bene della dignità personale, pure tutelato dagli articoli 2 e 3 della Costituzione, considerato che senza libertà di espressione e di critica, la dialettica democratica non può realizzarsi (cfr. Cass. sez. V, 20/2/08, n. 13549, Pavone, rv. 239825)".

Per completezza, si riporta il testo integrale della decisione:

 

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 15 febbraio - 26 giugno 2013, n. 28014

Presidente Dubolino - Relatore Guardiano

 

Fatto e diritto

 

Con sentenza pronunciata il 19.4.2012 il tribunale di Cremona, in qualità di giudice di appello, confermava la sentenza con cui il giudice di pace di Cremona aveva condannato C.G. e B.E. alle pene ritenute di giustizia ed al risarcimento dei danni derivanti da reato, in relazione al delitto di cui agli artt. 110, c.p., 595, co. 2, c.p., commesso in un esposto inviato all'ordine degli avvocati di Cremona contenente espressioni ritenute offensive della reputazione professionale degli avvocati Br.Gi. e G.A. , difensori di C.G. in una causa civile. Avverso tale decisione, di cui chiedono l'annullamento, hanno proposto tempestivo ricorso gli imputati, articolando distinti motivi di impugnazione. Con il primo i ricorrenti lamentano i vizi di cui all'art. 606, co. 1, lett. b) ed e), c.p., in ordine alla mancata applicazione in loro favore dell'esimente di cui all'art. 51, c.p. Con il secondo motivo denunciano la illogicità ovvero la mancanza di motivazione in ordine alla sussistenza del delitto di cui all'art. 595, c.p., in particolare sotto il profilo dell'elemento soggettivo.

Tanto premesso, il ricorso va accolto, essendo fondato il primo motivo di impugnazione. Come si evince dalla lettura della motivazione della sentenza impugnata, il presente procedimento nasce da una denuncia-querela presentata dagli avvocati B. e G. , del Foro di Cremona, nei confronti del loro cliente C.G. e di B.E. , rappresentante della "Associazione Difesa Orientamento Consumatori", in qualità di estensori e firmatari di un esposto presentato all'Ordine degli avvocati di Cremona, che, secondo l'impostazione accusatoria, condivisa dai giudici di merito, conteneva frasi diffamatorie nei confronti dei suddetti avvocati Br. e G. .

Rilevava al riguardo il tribunale che "nell'esposto il C. (e con lui il B. ) si lamentava del comportamento dei due avvocati, suoi difensori in una causa di risarcimento dei danni derivanti da sinistro stradale intrapresa e poi definita avanti al giudice di pace di Cremona, rilevando che sarebbe stata inutile, attesa la congruità dell'assegno di Euro 4000,00 medio tempore corrisposto dalla compagnia assicurativa di controparte e dannosa in quanto la causa, proprio per questo, era finita con la compensazione al 50% delle spese di lite".

Nella sentenza oggetto di ricorso, il giudice procedente, analizzando il contenuto dell'esposto, rilevava che delle quattro espressioni in esso utilizzate, contestate agli imputati nel capo d'imputazione, solo due avessero contenuto diffamatorio ed, in particolare, quelle con cui "si accusano i legali, dando oltretutto per certo il fatto, da un lato di aver intrapreso un contenzioso "temerario" e dall'altro di aver voluto incentivare il contenzioso non per soddisfare gli interessi del cliente ma per fini propri (questa è la conclusione non detta ma necessariamente traibile) e pertanto non deontologicamente corretti" (cfr. p. 2 dell'impugnata sentenza).

Orbene tale assunto non può essere condiviso, risultando in aperto contrasto con l'orientamento della giurisprudenza di legittimità, condiviso dal Collegio, secondo cui non integra il delitto di diffamazione, la condotta di colui che invii un esposto al Consiglio dell'Ordine degli Avvocati contenente dubbi e perplessità sulla correttezza professionale del proprio legale, considerato che, in tal caso, ricorre la generale causa di giustificazione di cui all'art. 51, c.p., sub specie di esercizio del diritto di critica, preordinato ad ottenere il controllo di eventuali violazioni delle regole deontologiche. (cfr. Cass., Sez. V, 5.7.2010, n. 33994, Cernoia, rv. 248422).

Ed invero il C. aveva il diritto di accertare se fosse conforme o meno ai principi propri della deontologia forense il comportamento dei suoi legali, che avevano coltivato la lite civile procedendo alla relativa iscrizione della causa al ruolo, pur avendo ricevuto dalla compagnia assicuratrice, a titolo di risarcimento, la somma di Euro 4000,00 subito dopo la notifica dell'atto di citazione a giudizio, che lo stesso imputato aveva ritenuto "quasi totalmente satisfattiva delle pretese risarcitorie". Il dubbio sulla opportunità di continuare nel giudizio civile, anche in considerazione della intervenuta compensazione delle spese pronunciate dal giudice civile lamentata dal C, legittimava quest'ultimo a chiedere l'intervento dell'Ordine professionale, che, secondo l'ordinamento vigente, annovera tra i suoi compiti la tutela dei singoli rispetto a eventuali violazioni di regole deontologiche da parte dei liberi professionisti che ne fanno parte.

Vero è che le perplessità del C. si sono dimostrate infondate, in virtù dell'esito dell'accertamento del Consiglio dell'ordine degli avvocati di Cremona, che ha adottato, all'unanimità, provvedimento di archiviazione; tuttavia, la pretesa dei querelanti di ottenere tutela di diritto penale a fronte di un soggetto (il C. ), che ha formulato, nella sede istituzionale a ciò preposta, interrogativi sulla correttezza professionale dei propri patrocinatori legali, non può trovare risposta positiva, in quanto appare evidente che il C. ha esercitato un diritto riconosciutogli dall'ordinamento a tutela dei propri interessi.

Una risposta diversa si tradurrebbe in un inconcepibile divieto, per gli interessati, di chiedere agli organi a ciò preposti, il controllo sul livello deontologico di soggetti, la cui attività di liberi professionisti può profondamente incidere sui diritti personali e patrimoniali di chi ad essi si affida per la tutela delle proprie posizioni soggettive.

L'interrogativo sulla correttezza professionale di questi soggetti, pertanto, non può tradursi automaticamente, sempre e comunque, in una reazione punitiva dello Stato. Non può, infatti, ipotizzarsi l'esistenza di un divieto per i singoli di chiedere nella sede istituzionale, senza anticipazioni di giudizio e senza devianti comunicazioni, la verifica della conformità della condotta di chi ha operato e opera nella loro sfera giuridica, alle regole deontologiche imposte ai propri aderenti dagli ordini professionali o dagli enti collettivi a questi ultimi assimilabili, regole che, altrimenti, vivrebbero in una dimensione puramente virtuale, priva di effettività, ove, sotto la minaccia della sanzione penale, si inibisse ai singoli di accedere agli organi a ciò preposti allo scopo di verificarne l'eventuale violazione.

Siffatto orientamento interpretativo trova conferma, oltre che nell'arresto richiamato in precedenza, anche in altre decisioni della Corte di Cassazione, in cui è stato ugualmente riconosciuto l'esercizio di un diritto nel caso della condotta di chi indirizzi un esposto contenente espressioni offensive ad un'autorità disciplinare, perché ricorre la generale causa di giustificazione ex art. 51 c.p., quale esercizio di un diritto di critica costituzionalmente tutelato dall'art. 21 della Carta Costituzionale, che è da ritenere prevalente rispetto al bene della dignità personale, pure tutelato dagli articoli 2 e 3 della Costituzione, considerato che senza libertà di espressione e di critica, la dialettica democratica non può realizzarsi (cfr. Cass. sez. V, 20/2/08, n. 13549, Pavone, rv. 239825).

Come si ricava facilmente dal capo di imputazione, peraltro, nell'esposto non sono state usate espressioni direttamente e smodatamente offensive, nei confronti dei querelanti, ma solo dubbi e perplessità, che, seppure manifestatisi infondati, non travalicano il confine di un corretto esercizio del diritto di critica. Sulla base delle svolte considerazioni la sentenza impugnata va, pertanto, annullata senza rinvio perché il fatto contestato al C. ed al B. non costituisce reato.

 

P.Q.M.

 

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato.


Fonte: Redazione

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Ci sono 3 commenti


20:58  di domenica 06/11/2016
scritto da  Zola Crescenzo
A scuola tranne "una minoranza" di compagni di classe aveva la passione quelli che di sociologia non volevano sentir parlare neanche dalla montagna. la maggioranza erano quelli pi¨ indietro con gli studi e meno abbienti nella vita sociale, senza un espressivo passaggio testimoniale, attirati oltre che dalla facilitÓ dello studio, si erano anche documentati bene, che con le regole in questa professione potevano sognare lĺAmerica per la facilitÓ di vivere alle spalle degli altri. Oggi quando incontro questi noto tanta ricchezza sopraggiunta ma in pi¨ tanta depressione palese! Quando li vedo, guardo loro negli occhi e nei gesti oltre alle frasi che emettono, mi rattrista molto, perchÚ sono peggiorati di parecchio, umanamente, non sono pi¨ gli stessi!

15.58  di luned├Č 05/08/2013
scritto da  Pino FALVELLI
Si, ma quando ├Ę lapalisasiano che gli avvoicati fomentano una delle parti e contribuiscono "volutamente" ( quindi con dolo ) ad inventare "false accuse" con il "cliente" , e quando tutto ci├▓ viene segnalato e documentato a chi di competenza, PERCHE´ NON SI INTERVIENE con sanzioni adeguate ??? La verit├á ├Ę che "il sistema ├Ę marcio" e la giustizia non esiste. Perci├▓, occorrono URGENTI ED ADEGUATE RIFORME con l´ attribuzione della responsabilit├á diretta per giudici ed avvocati. Taluni di loro non possono continuare a rovinare la gente e restare impuniti per le proprie malefatte. E´ una questione di tutela anche per i tanti giudici ed avvocati che svolgono la propria attivit├á con la dovuta professionalit├á e correttezza e che, quindi, non possono essere infangati dai loro colleghi furbi e in malafede. Gli operatori di giustizia che si ritengono "per bene" dovrebbero essere i primi a ribellarsi e ad impedire questo stato di fatto.-

23.25  di venerd├Č 28/06/2013
scritto da  raffaele bottacchi
"Esiste, per├▓, una sacca di professionisti che, a ben vedere, disonorano i meriti della maggioranza: attitudine al litigio, esacerbazione del conflitto per scopi economici (le cause durano di pi├╣), richiesta di parcelle esose e, spesso, impossibili da sostenere." Secondo me esiste anche una sacca di professionisti che invece si allineano alla "prassi" evitando anche il minimo sacrosanto intervento in favore dell´assistito. Nel mio specifico caso lamento nonostante la mia insistenza, la totale mancanza di informazioni pi├╣ dettagliate sul tipo di lavoro ed i redditi della ex convivente, l´impossibilit├á di ottenere ogni tipo di informazione atta a tutelare gli interessi del minore, facendo passare il mio sacrosanto diritto come conflittualit├á. La ovvia e naturale conseguenza ├Ę stata la penosa accettazione del "collocamento ad occhi chiusi" con mantenimento annesso per "probabile conseguenza di non vedere pi├╣ il bambino". Inutile dire che successivamente ho scoperto che la ex ha redditi pi├╣ alti dei miei. Anche questa non ├Ę propriamente definibile una buona professionalit├á, coloro che si adagiano nella "prassi" non dovrebbero avere la presunzione di farsi chiamare "matrimonialisti".


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