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Bologna: niente alimenti agli ex che convivono. A quando un reddito compensativo da separazione?

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Bologna: niente alimenti agli ex che convivono. A quando un reddito compensativo da separazione?

10/04/2013 - 08.34

Nonostante si tratti di una decisione (solo lievemente) evolutiva, nessuno canti vittoria. E' un decreto che farà discutere - creando, probabilmente, opposte fazioni - ma deve ancora passare per la Corte di Cassazione che, recentemente, si è distinta per aver emesso sentenze contraddittorie, carenti di motivazione e dal chiaro sapore politico. Inoltre, su questa sentenza si addensano fitte ombre di efficacia dei suoi effetti nel tempo, sopratutto in relazione alla precarietà - vera o presunta - del c.d. "rapporto stabile di convivenza".

La Corte d’appello di Bologna, lo scorso mese di Marzo (sentenza n. 394), ha introdotto indirettamente il principio che una coppia di fatto è equiparata a un matrimonio. Il caso riguarda una due coniugi bolognesi sposati per 10 anni. L’ex marito ha chiesto di non pagare più gli alimenti alla ex moglie che nel frattempo aveva intessuto una nuova relazione stabile. Il nuovo legame secondo la Corte "altera o rescinde la relazione con il tenore e il modello di vita caratterizzante la pregressa convivenza matrimoniale". Se l'ex coniuge ha una nuova famiglia di fatto l'ex marito puo' non corrisponderle piu' gli alimenti perche' il nuovo legame, cioe' la famiglia di fatto, ''altera o rescinde la relazione con il tenore e il modello di vita caratterizzante la pregressa convivenza matrimoniale''.

La coppia, bolognese e senza figli, si era separata una decina di anni fa, e in sede di separazione era stato stabilito un assegno che il marito doveva corrispondere a titolo di alimenti per l'ex coniuge. Quando pero' si era arrivati al divorzio, l'uomo aveva chiesto di non pagare piu' gli alimenti perche' la donna aveva avviato nel frattempo una nuova stabile relazione. Il tribunale gli aveva dato ragione e cosi' la donna aveva fatto appello. La corte d'appello (presidente Vincenzo De Robertis, relatore Fausto Casari, consigliere Lucio Montorsi) pero' ha confermato la prima decisione. ''Il nodo fondamentale della controversia - si legge nel documento - dalla cui soluzione dipende l'immediato esito o lo sviluppo del giudizio, e' quello della compatibilita' del diritto all'assegno divorzile con la instaurazione di una convivenza more uxorio da parte del potenziale avente diritto. Che nella fattispecie concreta tale convivenza esista e' ormai pacificamente acquisito''.

In relazione alla possibile precarietà del rapporto di convivenza (concetto espresso in una sentenza della Cassazione del 2006, con la quale di fatto si confermava l'obbligo di corresponsione degli alimenti nonostante l'esistenza di una relazione) "La Corte ''conformemente alla decisione del primo giudice, ritiene di dover fare proprio altro criterio di legittimita' enunciato dalla sez.1 sentenza 17195 del 11-08-2011 secondo il quale l'instaurazione di un rapporto stabile e duraturo di convivenza (famiglia di fatto) altera o rescinde la relazione con il tenore e il modello di vita caratterizzante la pregressa convivenza matrimoniale e, cosi', il presupposto per la riconoscibilita' di un assegno divorzile''.

Purtroppo - e qui arriviamo alle "ombre" annunciate nell'incipit dell'articolo - per la corte ''della precarieta' della situazione si tiene conto ammettendo che il relativo diritto entri in uno stato di quiescienza potendosene riproporre l'attualita' per l'ipotesi di rottura della convivenza tra i familiari di fatto''. Quindi, al di là dell'essere un precedente di merito, secondo il quale la convivenza stabile è da equipararsi al matrimonio - si ricade nell'errore di un eccessivo garantismo che, di certo, non sprona gli ex coniugi economicamente deboli all'inserimento nel mondo lavorativo. Da più parti, infatti, si discute su questo "welfare" tacito che costringe milioni di uomini a impoverirsi e mantenere, anche a parità di reddito - ossia nel 60-65% delle separazioni - l'ex coniuge che, di fatto, gode del medesimo tenore di vita precedente.

Si tratta, a conti fatti, di una sperequazione evidente, di un "addebito" della separazione che, se non formalmente, rimane sempre stabilito di fatto. La circostanza che questa sentenza "metta in quescienza" il diritto - a questo punto perenne - al mantenimento, senza considerare gli altri elementi che nel tempo possono incidere nella vita di un uomo (minore reddito, licenziamento, invalidità, nuovo nucleo familiare), non fa che aumentare il disagio sociale e, in tempi di crisi profonda come questo, anche le denunce.

A monte di tutto, un quarantennio che ha sfruttato la questione di genere e il Femminismo - quello legittimo, di alto valore culturale - per consentire ad una classe politica inetta di commettere le più nefande irregolarità e sperperare il futuro delle famiglie, alle quali il costo della corruzione non concede oggi alcuna possibilità di sostegno economico - nè aiuto al reinserimento lavorativo - nei casi di separazione e/o di indigenza. Se è vero che il costo sociale del malaffare (criminalità organizzata esclusa) si aggiri attorno ai 30 miliardi di euro l'anno, ci si chiede cosa si satrebbe potuto fare, in termini di assistenza, per le famiglie italiane, con tutto quel fiume di denaro pubblico. Il ricorso alle case famiglia non è altro che la punta estrema di un problema che presenta numeri e cifre di gran lunga maggiori di quelli che si conoscono (e che già fanno gridare allo scandalo).

Oltre al reddito di cittadinanza, occorrerebbe un vero e proprio "reddito compensativo da separazione", erogabile ad entrambi i coniugi per tutto il tempo necessario, oppuredel coniuge oberato  un concreto sgravio fiscale a valere sul reddito imponibile e non soltanto sugli alimenti all'ex coniuge (già detraibili), ma anche sulle somme che, in teoria, dovrebbero servire esclusivamente al mantenimento dei figli (sui quali oggi non viene imposto neanche un obbligo di rendicontazione). Tali misure sarebbero agevolmente finanziabili con i risparmi derivanti dai minori costi della politica, dalla revisione del ricorso alle case famiglia e dalla lotta alla corruzione.

Per porre fine ad una strage sociale silenziosa.


Fonte: Redazione

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Ci sono 4 commenti


20.58  di mercoled├Č 15/05/2013
scritto da  Vox
La separazione segna la fine di un rapporto basato sul reciproco sostentamento ed altri impegni, solo ponendo fine al cordone ombelicale che lega gli ex coniugi ├Ę possibile dare vita ad un´altra famiglia. La sig.ra Lario dai 100.000 euro al giorno o le altre divorziate dalle 500 euro al mese sono parassite e ladre che vivono alle spalle degli altri. Gli alimenti li dia lo stato, l´ex marito pu├▓ aiutare l´ex coniuge per un periodo limitato in attesa che trovi un lavoro, ma ognuno deve vivere con dignit├á del suo lavoro. Gli uomini devo trovare il modo tradire l´Italia che li traditi, BASTA VOTARE I PARTITI CHE HANNO VOTATO LE LEGGI ANTIMASCHILI.

15.41  di venerd├Č 12/04/2013
scritto da  andrea totrorici
sono contento che i giudici fanno veramente il proprio dovere, annche se questo deve essere compito dei politici rivedere tutte le leggi in merito ,visto che l,uono vivere in miseria quando si tratta di separazioni

19.48  di gioved├Č 11/04/2013
scritto da  Pino FALVELLI
Che sia l´ inizio per arrivare alla definitiva abolizione della RENDITA VITALIZIA E PARASSITARIA ???

08.58  di gioved├Č 11/04/2013
scritto da  reddito compensativo da separazione??
assolutamente no. Vogliamo che la gente si separi per farsi mantenere dallo stato?


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