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Risarcibile il danno per PAS - Cassazione n. 7452/12. di Ilaria Bedeschi

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Risarcibile il danno per PAS - Cassazione n. 7452/12. di Ilaria Bedeschi
La Corte di Cassazione

15/05/2012 - 21.13

Il Tribunale pronunciava la separazione dei coniugi, disponeva l’affidamento condiviso della figlia minore e individuava la madre quale genitore collocatario. Altri provvedimenti “educativi” erano stati assunti dal Tribunale: obbligo di intraprendere un percorso di mediazione familiare per i genitori, miglioramento dei rapporti genitori – figlia e la sospensione del diritto di visita per il padre, dato il rifiuto opposto dalla figlia.

Ma il Tribunale pronunciava provvedimenti anche di carattere economico: a fianco della quantificazione dell’assegno di mantenimento, condannava, ex art. 709 ter c.p.c., la madre al risarcimento del danno in quanto ritenuta responsabile della sindrome da alienazione genitoriale da cui era affetta la figlia. Risarcimento in favore non solo della figlia ma anche del padre/marito.

La effettiva durezza dei provvedimenti enunciati dal Tribunale spingono la donna a ricorrere in Appello chiedendo la revoca della condanna risarcitoria e l’affidamento esclusivo della figlia; il marito, resistendo, chiedeva a sua volta l’affidamento esclusivo.

L’Appello, accogliendo parzialmente il ricorso, revocava la condanna al risarcimento in favore della figlia e riducendo quello a favore del marito. Il giudizio arriva in Cassazione la quale emette sentenza, rigettando il ricorso. L’iter seguito dai giudici precedentemente aditi, spiega, è incontestabile e ritiene, tra l’altro, le accuse mosse dalla madre nei confronti del padre (che andavano da una violenza psicologica sino a sconfinare nell’abuso sessuale nei confronti della figlia) ampiamente negate dalle relazioni che i professionisti avevano presentato nei precedenti gradi del giudizio.

La vicenda, fuori e dentro l’aula di giustizia, appare il frutto proprio di quella conflittualità che ha spinto i giudici a rilevare la sindrome da alienazione parentale diagnosticata alla figlia. È quindi riconosciuto il risarcimento all’uomo. Perché non anche alla figlia?

 

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 12 aprile – 14 maggio 2012, n. 7452 Presidente Luccioli – Relatore De Chiara

 

Svolgimento del processo

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi sig. D.C. e sig.ra P.M., introdotto da quest’ultima nel 2003, il Tribunale di Mantova, con sentenza del 2007, pronuncia la separazione dei coniugi e dispone altresì: l’affidamento condiviso della figlia minore della coppia, S., nata il 28 ottobre 1996, con collocamento presso la madre e con obbligo dei genitori di intraprendere un percorso di mediazione familiare, sotto la supervisione dei servizi sociali, nonché di cooperare per un miglioramento della relazione genitori-figlia; la sospensione del diritto di visita del padre dato il rifiuto opposto dalla figlia;

la condanna ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c. della M. - ritenuta responsabile della sindrome da alienazione genitoriale da cui era affetta la figlia - al risarcimento del danno, liquidato in € 15.000,00 in favore del marito e in € 20.000,00 in favore della figlia; il pagamento di un assegno di € 350,00 mensili, oltre alla metà delle spese mediche straordinarie, a carico del C. per il mantenimento della figlia.

La sentenza fu appellata dalla sig.ra M., che chiese revocarsi la sua condanna risarcitoria, affidarsi esclusivamente a sé la figlia minore, formalizzarsi l’assegnazione a sé della casa coniugale. Il sig. C. resistette e propose anche appello incidentale chiedendo a sua volta l’affidamento esclusivo della figlia.

La Corte di Brescia, in parziale accoglimento del gravame principale, ha revocato la condanna della M. al risarcimento del danno in favore della figlia, per difetto della relativa domanda; ha ridotto ad € 10.000,00 il risarcimento in favore del C.; ha disposto la formale assegnazione della casa coniugale alla M. Sulla scorta della consulenza tecnica di ufficio espletata nel giudizio di primo grado, delle relazioni degli esperti dei servizi sociali e delle dichiarazioni degli insegnanti della minore, la Corte ha confermato l’accertamento del Tribunale di infondatezza delle accuse di abusi sessuali nei confronti della figlia rivolte dalla M. al C., e, pur evidenziando i tratti di immaturità della personalità di quest’ultimo, ha fatto risalire alla prima la responsabilità del rifiuto - dalla stessa in effetti fomentato con il proprio comportamento quantomeno colposo - progressivamente manifestato dalla figlia nei confronti del padre.

La sig.ra M. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi di censura. L’intimato non ha svolto difese. In camera di consiglio il Collegio ha deliberato che la motivazione della presente sentenza sia redatta in maniera semplificata, non ponendosi questioni rilevanti sotto il profilo della nomofiliachia.

Motivi della decisione

1. - Con il primo motivo di ricorso, denunciando vizio di motivazione, si lamenta:

a) che la Corte d’appello si sia basata sulla consulenza tecnica di ufficio effettuata da una psicologa e non da un medico psichiatra, senza nulla osservare sul punto nonostante l’espresso rilievo dell’appellante, mentre nessuno degli specialisti - in primo luogo i consulenti di parte ricorrente - e degli esperti interpellati aveva condiviso la diagnosi di sindrome di alienazione parentale, peraltro effettuata dalla CTU solo in un secondo momento;

b) che sia stata omessa dai giudici di merito, senza alcuna motivazione, l’obbligatoria audizione della minore del cui affidamento si tratta;

c) che sia stato omesso l’esame della relazione del consulente tecnico di parte prof. Brighenti, prodotta dalla ricorrente nel giudizio di appello;

d) che la smentita delle affermazioni della neuropsichiatra dott.ssa Finardi circa la possibilità dell’abuso sessuale commesso dal padre sulla figlia era stata motivata, dalla Corte d’appello, con il richiamo non già della sentenza di primo grado, bensì di altro atto del processo quale la consulenza tecnica di ufficio;

e) che i giudici di merito avevano omesso di rilevare che il C. non aveva sporto denuncia per calunnia nei confronti della ricorrente, né i giudici stessi avevano disposto la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica, né quest’ultima aveva comunque aperto un procedimento contro la M., e che il C. aveva rivelato il proprio disinteresse per la figlia non assumendo alcuna iniziativa per superare gli ostacoli frapposti alle sue visite;

f) che la sindrome da alienazione parentale, allorché sussiste, deriva da una situazione di grave conflittualità fra i genitori, onde le relative responsabilità vanno ascritte a entrambi e non a uno solo di essi; inoltre la Corre non aveva considerato che non era stata affatto dimostrata la sistematica denigrazione del padre ad opera della madre, che invece era sempre stata pesantemente ingiuriata dal C., nonché fatta oggetto, assieme ai genitori, di vane denunce-querele, e nondimeno si era fattivamente impegnata, nell’interesse della figlia, a sedare la conflittualità con il marito;

g) che la condanna risarcitoria ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c. era infondata, giacché il padre si era reso quantomeno corresponsabile della situazione, con la sua condotta passiva e inerte, e aveva subito anche condanna per ingiurie, lesioni e minacce nei confronti della moglie.

2. - Con il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo, ratificata con l. 20 marzo 2003 n. 77, e dell’ art. 155 sexies c.c., introdotto dalla l. 8 febbraio 2006, n. 54, per l’immotivata omissione dell’audizione della figlia minore della coppia in relazione al suo affidamento, obbligatoria, ai sensi delle predette norme, salvo solo il contrasto con interessi fondamentali della minore stessa o la sua mancanza di discernimento.

3. - Nessuna delle predette censure può trovare accoglimento. Va infatti osservato:

- che, con riferimento alla censura a) del primo motivo, nessuna norma impone di affidare a medici piuttosto che a psicologi le consulenze tecniche riguardanti disturbi psicologici, mentre la verifica della concreta qualificazione dell’esperto a rendere la consulenza è compito esclusivo del giudice di merito; - che le questione dell’omissione e dell’ascolto della minore – omissione già consumata dal Tribunale - non era stata sollevata dalla ricorrente nel giudizio di appello (o almeno ciò non risulta né dalla sentenza impugnata né dallo stesso ricorso per cassazione), onde la medesima

- e dunque la censura b) del primo motivo, nonché il secondo motivo di ricorso - è da considerare inammissibile in quanto nuova;

- che la censura c) del primo motivo è generica, difettando della specificazione del contenuto della relazione del consulente di parte;

- che, quanto alla censura d) del primo motivo, ben può il giudice di appello rilevare per relationem richiamando il contenuto della consulenza tecnica di ufficio (ex multis, Cass. 04/5/2005, 2114/1995, 3711/1989);

- che per il reato le censure della ricorrente integrano pure e semplici critiche di merito, inammissibili in sede di legittimità. 

4. - Il ricorso va in conclusione respinto. In mancanza di difese della parte intimata non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 d.lgs. n. 196/2003.


Fonte: www.personaedanno.it

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Ci sono 8 commenti


21.24  di domenica 20/05/2012
scritto da  Pierpaolo
Credo, invece, che la questione del risarcimento e, soprattutto, il risarcimento al minore sia di primaria importanza.
Innanzitutto serve ad affermare ed a confermare, per via giudiziaria, che la PAS esiste. Contemporaneamente afferma e conferma che il danneggiato è il minore, oltre che all´adulto "bersaglio".
Se i provvedimenti giudiziari in tema di affidamento endofamigliare devono mirare esclusivamente all´interesse del minore, affidare il minore al genitore che lo ha danneggiato, anche se congiuntamente al genitore "bersaglio" è un controsenso.

20.48  di sabato 19/05/2012
scritto da  Scipione
Credo che la questione del risarcimento sia assolutamente secondaria.

Di fatto stiamo parlando di un sequestro di un minore e quasi sempre con la complicitĂ  dello Stato. Il fatto che il sequestro sia compiuto dall´altro genitore non cambia il fatto che sia un sequestro.

Occorre una nuova legge che parifica questi comportamenti così diffusi al sequestro di persona e li rende punibili con arresto immediato. E´ necessario condannare questa pratica non solo socialmente ma anche tramite il codice penale.

Qualsiasi ritocco alla legge sull´affido condiviso sarĂ  inutile se non ci sono sanzioni penali immediate per i genitori sequestranti. Solo con una nuova legge che punisce severamente questi abusi ai minori potrĂ  cambiare lo stato delle cose.

Tra 50 anni non capiranno perché permettiamo questi abusi ai nostri bambini solo nel nome della prevalenza materna, esattamente come noi guardiamo indietro ai casi di Giulia Occhini o Franca Viola. Oggi, nessuno si sognerebbe di incarcerare una donna per adulterio né di consigliare il matrimonio riparatore alla donna violentata. Oggi però, calpestiamo allegramente i diritti dei nostri bambini come se fossero proprietà e non persone - e le prime a farlo sono le femministe. Guardiamo in avanti perché non troveremo le risposte nel passato.

http://it.wikipedia.org/wiki/Giulia_Occhini
http://it.wikipedia.org/wiki/Franca_Viola

21.31  di venerdì 18/05/2012
scritto da  Pierpaolo
"Perché non anche alla figlia?"

Se questo è l´interrogativo posto dalla sentenza, la risposta la da l´appellata sentenza della Corte di Brescia, così come confermata dalla Cassazione: "per difetto della relativa domanda".
Vi è un principio generale, infatti, da rispettare: non si può vantare un diritto se non lo si chiede.
Il Tribunale di Mantova, quindi, ha sentenziato "ultra petitum" e come tale è censurabile.
Nel caso di specie, però, non è con ciò detto che la figlia non possa essere risarcita. Solo che deve iniziare un apposito processo, ritengo attraverso un curatore speciale, appositamente nominato dal Tribunale (Giudice Tutelare?) su sollecito del padre.
Anzi, oserei dire che il rifiuto della Corte di Brescia per motivi puramente formali, oltre alla precedente riconoscimento del Tribunale dei Mantova in sede di affidamento endofamigliare, non fanno che rendere estremamente alta la probabilità che il Tribunale di Mantova, appositamente adito, riconfermi i 20.000,00 € a favore della figlia. Fra 4 o 5 anni, ovviamente.

A me pare, invece, che ben altro sia l´interrogativo posto dalla sentenza, tanto al Tribunale Ordinario che alla Corte d´appello.
Una volta accertato il danno inflitto alla figlia dalla madre nella forma e con la modalitĂ  della P.A.S., come si fa a disporre l´affido condiviso con "collocazione" presso la madre?
Solo l´affido esclusivo al padre sarebbe stato logico e necessario.
La signora la lamentato la mancanza dell´intervento di un medico psichiatra. Lamentela condivisibile solo se i periziandi fossero i membri del collegio che hanno disposto un´assurditĂ  del genere.


12.23  di mercoledì 16/05/2012
scritto da  Francesco
Ah dimenticavo, inoltre c´Ă¨ da mettere in evidenza un altra faccenda, e piĂą precisamente il caso in cui la ex-moglie, non abbia nulla a nome suo, se la caverebbe, senza neppure il pensiero di dover pagare la cifra in questione, e quindi il padre rimane sempre fregato...ma ormai questa storia la conosciamo tutti!!!!

12.21  di mercoledì 16/05/2012
scritto da  Francesco
Ha perfettamente ragione scipione, infatti, siamo ancora lontani dal ddl 957 originale, dove nel caso di PAS(ormai riconosciuta, in Europa,Canada e America), vengono tolti i figli, in favore dell´altro genitore...


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