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I padri della generazione boomerang - di Alessia Ghisi Migliari

Area Cultura


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I padri della generazione boomerang - di Alessia Ghisi Migliari

24/11/2011 - 11.10

La dignità è una creazione talmente preziosa che tante sono le sue componenti, tanti i suoi ingredienti. E la dignità è fatta persino di mattoni, sì, laterizi: la dignità è il famoso ’tetto sulla testa’, la dignità è una casa. E perdendola, l’identità stessa della persona viene a vacillare; quando ti ritrovi senza la tua casa, quali emozioni ti possono attraversare? Perché fino a pochi anni fa, magari, eri tra quelli che riuscivano a raggiungere la famigerata fine del mese – un momento che sembra (e in molti casi è) scopo e sospiro di sollievo.

Magari, ci si arrivava a fatica, ma il traguardo lo raggiungevi. Adesso non sei più in grado. E dunque vedi sfumare dentro di te proprio lei, la dignità, e vengono meno molte altre cose, più o meno pratiche, ma comunque fondamentali e dal valore incalcolabile: il rapporto coi figli, non raramente, rientra purtroppo in questo lungo elenco.

Sovente si sente parlare dei ’nuovi poveri’, quasi un blasone di attualissima sfortuna; se immagini una mensa di carità fino a non molto fa ti veniva alla mente gente profondamente alla deriva, gente a cui non avresti mai pensato di appartenere. Invece, guardando con attenzione, ti accorgi che ora questi luoghi sono affollati di chi magari ti vive accanto, questi luoghi ti sfiorano, fino a prenderti.

I padri separati e divorziati abitano notoriamente questa zona ombrosa: eccoli tra i nuovi poveri, in fila per un pasto o per un letto, stritolati tra stipendi diventati insufficienti e assegni di mantenimento che lasciano per sé davvero poco.

È ovvio che sia doveroso per un genitore occuparsi della prole anche quando la coppia finisce, ma qui, con uomini ancora giovani e produttivi non più in grado di sopravvivere, si scivola nel grottesco: se è necessario ricordare le madri che faticano quotidianamente e hanno la responsabilità dei propri figli, è altrettanto importante sapere di loro, il cui numero cresce esponenzialmente, richiedendo interventi mai pensati.

Nascono di conseguenza ambienti per accoglierli, e dar loro qualche metro quadro nel quale incontrare i figli e continuare a costruire il rapporto con loro, perché c’è da notare anche ciò che è lapalissiano, ossia che oltre a tutti gli aspetti disperati e tragici di questa condizione c’è anche il fatto che – al di la delle sentenze dei giudici – il non avere un domicilio rende pressochè impossibile coltivare del tempo con i propri bambini. La dignità, a quanto pare, senza mattoni perde solidità e si sgretola.

Ma è meglio chiedere a chi conosce bene questi scenari, e abbiamo quindi parlato con Raffaele Gnocchi, che si occupa dell’emerginazione adulta, quella grave, per la Caritas di Milano. Ci dice che, al di là del punto di vista sociale ed economico, punti di vista disgregati, c’è altro: “L’aspetto problematico è che sono situazioni definibili come ‘invisibili’, cioè le persone non escono allo scoperto circa la condizione che stanno vivendo finchè non si trovano nel problema conclamato, e ciò vuol dire ‘ho bisogno di un posto in cui andare a dormire per non dormire in macchina’, piuttosto che ‘gli amici non mi tengono più’” – un celarsi, quasi un vergognarsi, perché, come ci racconta Raffaele Gnocchi, molti di loro un’occupazione ce l’hanno, ma ciò non è abbastanza per farcela, per arrivare a quella famigerata fine del mese; ecco dunque, davvero, che queste storie ci toccano, e che portano come accennato alla creazione di spazi appositi, come quello istituito proprio dalla Caritas meneghina, in via Jommelli: “È un’ospitalità per cinque persone che punta certamente a dare un posto letto, ma anche e soprattutto a supportare le persone per quanto riguarda la rete relazionale, tanto che c’è una figura educativa presente in struttura per diverse sere la settimana”. Quindi un sostegno globale, e non certo l’unico. 

Abbiamo sentito anche Tiziana Arsenti, Rappresentante Legale di Papà Separati Roma e cofondatrice di ADIANTUM, che sottolinea come il divorzio divenga catastrofe personale: “Da un’indagine del 2009 dell’Eurispes è emerso che, in caso di presenza di figli minori, è prassi diffusa l’affidamento alla madre nel 67,1% dei casi contro un 28% di sentenze a favore dell’affido condiviso. Questa prassi giudiziaria comporta inevitabilmente importanti conseguenze economiche dal momento che, l’uscita di casa del padre, obbliga lo stesso, tra l’altro, a sobbarcarsi il costo di un affitto oltre l’assegno di mantenimento per i figli ed eventualmente per l’ex coniuge (in media 498,19 euro al mese)”, e i numeri che ci lascia sono sconfortanti: secondo stime Caritas, sono quattro milioni i padri separati in Italia, e ottocentomila di questi sono in condizioni di povertà – “La Caritas ne ha contato almeno cinquantamila in tutta la Lombardia e novantamila nella sola Capitale”. 

La dottoressa Arsenti delinea il profilo di questi padri, uomini di ceto medio, tra i quaranta e i cinquant’anni, che a partire da un reddito di circa milletrecento euro mensili devono sottrarne più o meno ottocento per il mantenimento della famiglia.

E loro?

Non è affatto facile sopportare psicologicamente e tenersi un lavoro se si dorme in auto o da amici, con l’aggravante che in Italia i padri separati vivono spesso lontano dalle città di origine e non possono nemmeno contare sull’aiuto della rete familiare per prevenire la caduta sulla strada. Uomini impossibilitati a frequentare e vivere quotidianamente i propri figli, relegati a ruoli marginali, senza più autostima, consapevoli di aver perso quella paternità magari tanto agognata, relegati a semplici contribuenti per il mantenimento e a figure ludiche, nelle poche ore concesse da un tribunale per poter vedere i propri figli. Uomini che i sociologi chiamano ‘generazione boomerang’: sono i figli-adulti che, con i capelli grigi, tornano nella casa paterna dopo una separazione o un divorzio”.

Per cui, anche la Città Eterna, come le altre, cerca soluzioni, per questi uomini senza tetto, uomini come boomerang: “La Casa dei Papà, nata a Roma circa due anni fa, ha iniziato a far circolare una nuova cultura dell’accoglienza, ma anche della consapevolezza sociale di questo problema divenuto collettivo. Venti appartamenti messi a disposizione dei casi più gravi per un anno, con possibile proroga di altri dodici mesi, a duecento euro al mese, con il sostegno dei servizi sociali, hanno dato l’opportunità a diversi padri separati di ricostruire la loro figura di genitori in luoghi dignitosi e comodi”.

Luoghi studiati con attenzione e che sono indispensabili, ma che non possono essere epilogo, per questa generazione dai capelli grigi, del grigio dell’esperienza che va perduta e frustrata.

Non hanno voglia di esporsi, questi uomini, ma basta muoversi un pochino in rete per leggere e vedere le storie di questi genitori, di questa genitorialità negata: racconti con voci alterate, con facce che non appaiono, perché non ci si vuol far scoprire, come se si fosse ladri, anche se qui proprio non ci sono appartamenti nei quali intrufolarsi.Qui non ci sono stanze per vivere ed essere padri.

Qui non ci sono nemmeno mattoni : la dignità terremotata.


Fonte: http://lindro.it/I-Padri-della-generazione,4576

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