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Al Senato va in onda la controriforma forense. Con lo zampino della minoranza

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Al Senato va in onda la controriforma forense. Con lo zampino della minoranza

10/11/2010 - 23.32

Di Lucio Scudiero. Se non fosse che la legislatura sta per sfasciarsi, non avremmo quasi più speranza che si blocchi quella pandetta corporativa che al Senato definiscono riforma dell’ordinamento forense. Il provvedimento è attualmente in discussione presso l’aula della Camera Alta, che lo approverà nel giro di una settimana, facendo un gran favore al Consiglio Nazionale Forense e distruggendo spazi di mercato per un numero considerevole di professionisti e aspiranti tali.

Nella seduta dello scorso tre novembre, per esempio, Palazzo Madama ha respinto una serie di emendamenti presentati dai radicali tendenti a sopprimere o quantomeno a ridimensionare l’esclusiva nelle attività di consulenza stragiudiziale accordata agli iscritti all’ordine dall’articolo 2 del testo di riforma. E a riprova di quanto sia politicamente trasversale il corporativismo, giova ricordare che insieme alla maggioranza (senza Fli che invece ha votato in dissenso) gli emendamenti in questione sono stati respinti con il contributo di diversi senatori dell’opposizione di marca Idv.

Se lavorate nel mercato dei servizi legali segnatevi questi nomi, non si sa mai che si presentino alla porta di casa alle prossime elezioni: Giuseppe Caforio, Giuliana Carlino, Gianpiero De Toni, Aniello Di Nardo, Fabio Giambrone, Elio Lannutti, Luigi Li Gotti, Alfonso Mascitelli, Stefano Pedica.

Con questa norma resterà a spasso un variegato mondo di consulenti a partita iva, per lo più composto da quella parte di giuristi più aperti all’innovazione e alla competizione di mercato. Ed è un dato politico di non poco conto. Ricordatevi anche di questo, quando alle prossime elezioni qualche esponente del PdL verrà pomposamente e orgogliosamente a declamare che l’Italia è il paese delle partite iva (sono quasi nove milioni) nonostante quel partito stia facendo di tutto per “ammazzarle”.

Con la complicità del PD, secondo quanto sostiene Gaetano Romano, dell’Unione Giovani Avvocati Italiani: "E’ una controriforma inemendabile nata dall’ indecoroso inciucio Pdl-Pd.Mentre non ci si stupisce più dei provvedimenti illiberali e dirigisti del Popolo delle Libertà, ci si sorprende che il Partito Democratico, da presunta opposizione, abbia presentato , sia in commissione giustizia della Camera , sia in quella del Senato, Ddl in tema pressoché identitici a quello che sta per essere partorito a Palazzo Madama.Con questa controriforma forense – che ha “collezionato” la bocciatura , non solo da parte del Presidente dell’ Autorità della Concorrenza e del Mercato Catricalà e del Governatore della Banca d’Italia Draghi nelle ultime loro relazioni annuali, ma anche di tutte le associazioni imprenditoriali, di associazioni dei consumatori, dei sindacati – gli avvocati – vessati da nuovi esami, corsi e spese – saranno obbligati ad alzare le tariffe ai cittadini, banche ed imprese.Confidiamo nel vento liberista di Futuro e Libertà per l’Italia che possa spazzare via quest’abominio normativo bipartisan. lanciato una campagna contro gli stage e i praticantati gratuiti, con l’obiettivo dichiarato di evitare lo sfruttamento di prestazioni professionali qualificate attraverso l’abuso della forma giuridica dello stage. E’ un segnale di attenzione nei confronti delle giovani generazioni, che restano imbrigliate nelle pastoie di un mercato del lavoro troppo flessibile sul lato dell’ingresso perchè troppo rigido da quello dell’uscita (il moloch da abbattere resta l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori)".

Ebbene, la riforma dell’ordine forense ha una coda velenosa soprattutto per le nuove leve, costrette a passare dalle forche caudine di un praticantato diviso tra lavoro d’ufficio e corsi obbligatori di formazione, test di selezione per l’iscrizione nel registro dei praticanti, preselezione informatica prima di sostenere l’esame d’abilitazione e, soprattutto, incompatibilità della pratica forense con qualsiasi altra attività lavorativa, al netto di qualsiasi garanzia di retribuzione da parte del proprio avvocato tutore. E se non bastasse, per quelli che ce la fanno ad entrare nell’ordine sacro dei giurisperiti, non è esclusa una cancellazione ex post dall’albo per mancanza di continuità nell’esercizio della professione inferita da bassi livelli di reddito prodotto. Con sullo sfondo l’obbligatorietà dei minimi tariffari, che scippa dalle mani dei nuovi entrati pure la leva concorrenziale del prezzo.

A quest’impianto normativo il ministro Alfano non ha mai mancato di tributare il proprio sostegno, manifestando una malintesa concezione del proprio ruolo, che in un ordinamento democratico non è quello di garantire la concordia della corporazione di riferimento, quanto, come spiega Ichino, quello di garantire l’interesse dell’amministrazione della giustizia e la soddisfazione degli utenti. L’andazzo, comunque, questo è ed è assai deprimente.

Intanto le law firms anglosassoni si stanno già attrezzando ad invadere il mercato italiano dei servizi legali senza trovare competitors interni in grado di contrastarle. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Dopotutto a vincere sarà il mercato.


Fonte: libertiamo.it

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