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Le provocazioni di Elisabetta Costa. Spirito ipercritico, o desiderio di emulazione ?

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Le provocazioni di Elisabetta Costa. Spirito ipercritico, o desiderio di emulazione ?

25/09/2010 - 22.46

Ha fatto scalpore, nei giorni scorsi, l'articolo di un'avvocatessa, Elisabetta Costa, pubblicato sulla "Prealpina" di Varese lo scorso 24 Settembre (vedi allegato a margine dell'articolo). Nel suo pregiatissimo intervento, la Costa si è spinta verso affermazioni che, ai più, sono sembrate deliberatamente provocatorie. A leggere quei contenuti un pò inopportuni sembrava quasi di sentire la voce della sua più nota collega, la Bernardini De Pace la quale, com'è noto, non perde occasione di "punzecchiare" i padri separati, da lei definiti "piagnoni e vittimisti". Anzi, l'avv. Costa l'ha persino superata, arrivando a scrivere che “non si può avere la parità di ruolo come genitori”.

Roba da segnalazione al Ministero Pari Opportunità, tanto è esagerata. Anche lì, dove in quanto a (dis)parità tra donne e uomini non scherzano, storcerebbero il muso, perchè l'art. 3 della nostra Costituzione esclude espressamente le discriminazioni basate sul sesso. E se le prassi dei Tribunali spesso ci dimostrano il contrario, è curioso che un avvocato come Elisabetta Costa non se lo ricordi. Ma tant'è, e a sua difesa è bene rammentare che l'esame di Diritto Costituzionale, nel corso di laurea in Giurisprudenza, si sostiene al primo anno, per cui l'avvocatessa, dopo tutto questo tempo, avrà lì per lì dimenticato i "piccoli dettagli" della nostra Carta.

Senza dissertare sulla gravità del gesto omicidio-suicidio di Brescia, da cui l'avv. Costa trae spunto per argomentare, ci sembra che venga frainteso completamente il “movente”, che naturalmente non è da giustificare, ma sicuramente da comprendere ed analizzare.

Sembra a molti, purtroppo, che il capro espiatorio di tutto e tutti sia la legge sull’affido condiviso. Innanzitutto sembra di rilevare una visione quanto meno parziale della problematica. Quando si disserta sull’intervento delle responsabilità della legge che ha creato “enormi malintesi”, ci troviamo a concordare con l’avv. Costa ma non riusciamo a condividere la sua posizione, in quanto è proprio la mancanza dell’applicazione dell’affido condiviso che crea tali disagi e, come nel caso di Brescia, veri e propri orrori.

Rifacendosi ai dati ISTAT 2003, prima dell’entrata in vigore della legge sull’affido condiviso, la panoramica era quella dell’affidamento esclusivo alla madre (83,9%), affidamento congiunto (11,9%), affidamento al padre (3,8%) nelle separazioni. Nei divorzi il panorama cambiava di poco affidamento al padre (5,7%), affidamento alla madre (83,8%), affidamento congiunto (9,8%).

Analizzando poi le tabelle EURISPES sembra di assistere ad una sorta di “tradizione popolare” della serie “Tribunale che vai usanza che trovi”, come ad esempio:

  Figli affidati nelle separazioni per tipo di affidamento in alcuni Tribunali anno 2002 Fonte EURISPES Rapporto Italia 2005 scheda 47

 

Al padre

Alla madre

Congiunto e/o alternato

Ad altri

Acqui Terme

3,9

47,4

48,7

0,0

Ivrea

7,4

73,8

18,8

0,0

Vercelli

8,4

84,2

6,9

0,5

Arezzo

2,7

60,5

35,9

0,9

Firenze

3,5

78,1

17,9

0,4

Grosseto

7,0

86,8

5,3

0,8

Bari

2,9

96,0

0,9

0,1

Foggia

4,2

81,7

13,3

0,9

Brindisi

6,8

74,2

18,3

0,6

 

Ecco come, partendo dall'origine, anche oggi il padre diventa “questo perfetto sconosciuto”.

L’affido condiviso non è il doppione della potestà genitoriale, ma è attenzione verso una potestà non più singola ma "dei genitori", o meglio, visto che si è genitori in due, il condiviso è "insieme"  - e non più "unione" - di madre e padre concentrati sul benessere psico-fisico del minore.

Il padre non solo "può", ma "deve" fare il padre. L’essere genitori non è un optional da poter delegare.

Il riduzionismo che traspare dall’articolo dell'avv. Costa lascia esterrefatti, poiché chiunque lavora nel campo del diritto di famiglia sa perfettamente quali siano i problemi di una separazione. Non si parla di calzini o di scarpe da comprare, ma di diritti di vita, di condivisione di esperienze ed insegnamenti, di abbracci e di litigi. Si parla di valori e di passioni, che si mescolano nella relazione genitori-figli.

Quando ci si richiama al “pretendere l’affidamento condiviso”, si dice bene ! E' giusto pretendere di poter essere padre o madre. Si tratta di rivendicare un diritto/dovere che deriva dal concepimento, e che trova la sua estrinseca natura al momento della nascita del figlio.

E' possibile che, tra i genitori, ci sia chi è veramente interessato alla genitorialità, e chi no. Ma la stragrande maggioranza di coloro che sono interessati non avviano un’azione legale, se non altro perché il costo da pagare è alto sia in termini economici che psicologici con ripercussioni, purtroppo non di rado, anche lavorative.

Possibile che l’avv. Costa non si sia mai imbattuta in quel padre che si licenzia da lavoro per seguire la ex moglie che si è trasferita con colui/colei che definisce “suo/sua” (il figlio, la figlia)? O che non abbia mai incontrato un padre che ha dissipato patrimoni per pagare le spese legali o i consulenti ? O, ancora, che non abbia mai saputo di un padre che ha ammesso di non riuscire più a lavorare come prima perché la sua vicenda personale interferisce con la sua attività professionale?

Strano. Ci sono tanti padri in questa situazione, ma sembra che l'avvocatessa non ne abbia mai visto uno in giro.

E poi l’articolo tira in ballo la doppia residenza. Se il piano del dialogo vuole essere scientifico, saremmo lieti di ricevere dall'avv. Costa le risultanze delle ricerche che dimostrano le sue conclusioni, atteso che, per lei, dare ai figli due "prime case" equivale a non dargliene neanche una. In Francia, dal 2002, esiste la possibilità di una doppia residenza. Dobbiamo quindi credere che tutti i minori francesi che dal 2002 al 2010 hanno avuto una doppia residenza siano affetti da disturbi psichici ? Sembra, a parere di chi scrive, un po’ assurdo ! Tali norme, infatti, rimandano proprio all’obiettivo di preservare la continuità della relazioni familiari… non a distruggerle.

Ma Elisabetta Costa si spinge un pò troppo oltre la semplice provocazione, allorquando scrive che “la norma sull’affido condiviso oggi dà ai padri una falsa rappresentazione: quella di poter avere qualcosa che non si può avere, la parità di ruolo come genitori, e anche quella di dover fare qualcosa che non si è obbligati  a fare, come dover essere presenti in ogni dettaglio della vita del figlio”. Se fosse vera tale affermazione, una domanda sorgerebbe spontanea: se il padre non ha diritto di stare nella vita del figlio, su che criterio lo può la madre ? 

E se poi, come afferma l'avvocatessa, “abbiamo forgiato una classe di mammi e, simultaneamente, abbiamo perso i padri”, sembra quasi che l'autrice dell'articolo provi nostalgia per una categoria di padri che non esiste più, ma che a lei piaceva tantissimo.


Fonte: Sara Pezzuolo - V. Vezzetti. La foto dell avv. Costa è tratta dal suo sito www.avvocatocosta.it

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Ci sono 8 commenti


20.57  di lunedĂŹ 27/09/2010
scritto da  Caterina Deidda
credo che alla base di un articolo come quello dell´avvocatessa Costa ci sia una profonda ignoranza, il solito luogo comune "la madre è sempre la madre".. da qui ne derivano storture che tutto fanno tranne che tutelare i minori ed il loro benessere psicofisico. In un paese che non vede neppure le sue giovani generazioni, che è fanalino di coda per quanto riguarda i servizi per le famiglie e ha un sistema di welfare disastroso, non possiamo aspettarci di meglio. L´errore è sempre lo stesso, si ragiona per genere e ruoli e non per individui con le relative competenze. CosĂŹ come ci sono padri inadeguati e incompententi allo stesso modo ci sono madri che non solo non hanno capacitĂ  genitoriale, ma che peggio, non esitano ad utilizzare i propri figli come arma contro gli ex mariti.. con molta competenza e in maniera scientifica. Credo che il limite sia quello, come in questo caso, di avvocati e giudici che piuttosto che appoggiarsi agli operatori sociali, li vogliono sostituire diventando tuttologi. Gli avvocati facciano gli avvocati, ma è necessario che abbiamo dei supporti competenti, perchè fanno solo danni e cosĂŹ pure molti giudici che spesso affidano CTU, che se sfavorevoli alle madri, vengono tralasciate.. E´ necessario avviare un percorso comune e tanta formazione congiunta in modo che ciascuno abbia il ruolo all´interno di un contenzioso a seconda delle proprie competenze, e non il contrario. Con un unico obiettivo comune: tutela e salvaguardia dei minori. Se si guarda veramente a questo, non si può sbagliare!!

14.58  di lunedĂŹ 27/09/2010
scritto da  Nicola De Martino
Energia e tempo sprecato nel rispondere alla Dott.ssa Costa. Inoltre gli fate pubblicità e creando non un contradittorio valido ma delle vere provocazioni è probabile che attraverso questo circuito viene invitata in tv dove non conta il problema ma la rissa e gli ascolti. A mio avviso non si deve ribattere punto per punto a questi articoli ma portare sempre semplicemente avanti in benessere del minore punto.Ricordo a tutti perchè leggendo vedo che sfugge in continuazione che il diritto è del minore noi abbiamo i doveri per essere piÚ chiaro il minore ha il diritto di essere visitato noi il "dovere" di andarlo a visitare.
Nicola De Martino

13.58  di lunedĂŹ 27/09/2010
scritto da  maria
secondo me, con questo articolo non si fa che dare visibilitĂ  e pubblicitĂ  ad un avvocato che non la merita.
Al di lĂ  di tutto, il fatto che questa persona conosca e quindi eserciti in quasi tutti i rami del diritto significa che in definitiva forse ci sia qualcosa che non va.
forse cerca solo visibilitĂ ....

21.44  di domenica 26/09/2010
scritto da  Massimo Rosini
Innazitutto di che ci meravigliamo? L´avvocatessa non ha fatto altro che mettere nero su bianco la realtĂ  dei fatti, non sanzionata giuridicamente ma evidentemente esiste una legge non scritta seguita dai tribunali come in un incubo Kafkiano.
La professionista lo sa e lo dice: chi può contraddirla?
Abbiamo perso i padri? Che dovrebbero fare i padri secondo ´sta qua e tutta la sua nutritissima compagnia? Comportarsi come nella societĂ  patriarcale? Se non si prendono cura dei figli sono assenti, se lo fanno sono "mammi".
Si chiariscano le idee.

16.25  di domenica 26/09/2010
scritto da  cristiano
Io credo che alla base del pensiero femminile in materia di figli ci celino esclusivamente spunti egoistici e psicologici che tagliano trasversalmente tutte le professioni e le categorie sociali, ben lontani dal propendere al benessere del minore.
Il vergognoso ed inaccettabile messaggio che trapela palesemente dalle discriminatorie considerazioni come quella espressa dall´ avv. costa, vuole paventare la esclusiva proprietĂ  della madre nei confronti del figlio, riducendo la figura maschile ad una vera funzione marginale; se non è discriminazione questa mi chiedo dove sia il limite..
Con grande amarezza ed altrettanta preoccupazione, non vedo altre plausibili spiegazioni


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